Cosa succede quando l'immagine che il mondo ha di noi diventa una prigione? Il caso di Don Alberto Ravagnani non è solo una cronaca ecclesiale, ma lo specchio di una lotta universale per l'autenticità.
Il libro "La scelta" di Don Alberto Ravagnani (con datazione editoriale febbraio 2026) si presenta come un'opera di rottura, una confessione autobiografica cruda e profondamente umana che mette a nudo la tensione tra l'immagine pubblica di un "prete influencer" e il tormento interiore di un uomo in cerca di verità.
Recensione
Facendone un'analisi la più approfondita possibile e cercando di isolarla dal rumore di fondo di cui spero di non fare parte che si è scatenato soprattutto sui social, provo ad abbozzare per punti. Il libro non è solo una cronaca di vita, ma un percorso di decostruzione dell'identità. Si sviluppa attorno a tre fasi fondamentali:
- L'archetipo del "bravo bambino": l'Autore descrive le proprie origini venete e una struttura psicologica formata sulla soppressione dei conflitti e del desiderio proprio per compiacere gli altri (genitori, insegnanti, Dio). Questa maschera di perfezione nasconde solitudine, insicurezza e una dipendenza adolescenziale dalla pornografia, vissuta come l'unica via di fuga segreta da un'immagine pubblica impeccabile.
- Il successo e la crisi del ruolo: entrato in Seminario dopo qualche piccola avventura sentimentale che non ha niente di rilevante se non la rilettura egoica che lui ne fa, diventato sacerdote, Alberto sperimenta una popolarità travolgente grazie ai social. Tuttavia, questa visibilità crea un corto circuito con l'istituzione ecclesiastica, descritta come brutta e cattiva (molto rassomigliate alla paternità ricevuta da piccolo): egli gode di un'autorità che non proviene "dall'alto", scatenando sospetti e richiami all'obbedienza conformista. La crisi esplode quando si rende conto che la sua vita è diventata una performance ("travestito con la mia stessa identità") e che il sistema, a suo dire, non permette una vera evoluzione teologica e umana.
- Il passaggio alla libertà (la scelta): attraverso il dialogo con figure "di confine" come don Gigi a Romena e il confronto con le proprie ferite affettive, l'Autore giunge alla decisione radicale: lasciare il sacerdozio istituzionale. Non è un abbandono della fede, ma un tentativo di liberare la propria vocazione da un "vestito troppo stretto" per vivere, secondo lui, in modo più autentico e umano l'annuncio del Vangelo.
- Il libro: in più di 300 pagine, esageratamente prolisse e autocentriche, senza alcuno scambio di prospettive, colpisce al cuore persone incontrate in parrocchia, parla liberamente di situazioni di vita personali di persone che dovrebbero essere tenute nel cuore e non buttate in rete. Lui si dipinge come la vittima di un continuo sopruso e assai difficilmente fa ammenda vera di chi ha ferito, di chi ha lasciato, di chi avrebbe potuto aiutarlo, ma che lui ha censurato dalle relazioni autentiche, sempre troppo teso alla relazione con “la sua community”.
- Fallocrazia: credevamo che solo i preti ciellini si esibissero con “cazzo” sempre sulle labbra, ma l’Autore, forse credendo di essere moderno, nel libro ce lo propone per ben 18 volte. Di sicuro una scelta, questa sì. Forse voleva scandalizzare. Di sicuro c’è riuscito.
Punti positivi (forza e ispirazione)
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Onestà disarmante: L'Autore non nasconde le proprie "ombre", parlando apertamente di masturbazione, senso di colpa e fragilità familiare. Questa vulnerabilità è un potente strumento di connessione, specialmente con le nuove generazioni.
Però non si domanda se di questi fenomeni ci possano essere altre riletture e la sua visione unilaterale appare priva di qualunque contesto medico scientifico, ma nemmeno approfonditamente contestualizzato nella riflessione morale della Chiesa: resta sul generico sentire popolare e social; visione troppo fragile per dare una connotazione seria alle questioni serissime affrontate. - Critica costruttiva all'istituzione Chiesa: Il testo denuncia con forza la "teologia del conformismo" e il rischio di trasformare l'obbedienza in una prigione che soffoca i carismi individuali, che se da un lato è la lettura che lui ne fa, resta confinato ad un sentire personalistico e non condiviso da infinite altre riletture che se ne possono fare.
- Visione teologica evoluta: propone una Chiesa che non sia solo dottrina ma "umanità e divinità insieme", capace di abitare i linguaggi contemporanei senza restare arroccata in schemi obsoleti. Pregevole, ma niente di nuovo. Non si contano preti, vescovi, religiose e religiosi, laici di tutto il mondo che vanno in questa direzione, ma lui sembra ignorarli e sicuramente non li sente compagni di viaggio. Lui viaggia da solo.
- Il valore della coscienza: riafferma il primato della coscienza individuale rispetto all'autorità esterna, descrivendo la libertà non come una fuga da Dio, ma come una condizione necessaria per amarlo davvero. Certamente una intuizione centrale, non scevra da semplificazioni ingenue e in molti tratti infantili, ben meglio espressa dai documenti conciliari del Concilio Vaticano II che, forse per la fretta di giungere a conclusioni personali, non sono stati studiati con la dovuta calma e serietà. Questo punto a favore risente assai di un personalismo che degenera nel rischio del banale.
Punti di perplessità e tensioni
- Lo "scandalo" della scelta: per molti fedeli (e confratelli sacerdoti), l'abbandono del ministero da parte di un punto di riferimento mediatico così forte – anche dopo il pompaggio mediatico della Chiesa stessa (Avvenire, TV2000, e la maggior parte dei media italiani cattolici e non) – è percepito come un fallimento o un tradimento della missione affidatagli. Da qui la sua volontà di spiegare, che però non raggiunge lo scopo e rafforza gli schieramenti in un conflitto di interpretazioni che non giova un granché né alla Chiesa e nemmeno a lui.
- Rischio di soggettivismo: la spinta verso l'auto-realizzazione e la felicità personale ("voglio essere felice davvero") viene naturalmente interpretata come un primato dell'ego sul sacrificio e sulla fedeltà al sacramento, creando tensione con la visione tradizionale del sacerdozio come "segno". Da qui partirebbe un dibattito interessantissimo intra-ecclesiale, ma posto in questo modo è una sorta di operazione a cuore aperto fatto non in camera chirurgica, ma sul banco del macellaio.
- L'impatto sui giovani: dopo anni passati a esortare i ragazzi a "dare tutto a Dio" (senza mai veramente affrontare in sede teoretica di quale Dio si tratti) e a scegliere la via radicale, la sua uscita dal sacerdozio genera una tremenda confusione e disorientamento in chi vedeva in lui un modello di perseveranza. Qui, fra l’atro, vi è il grave problema interpretativo tra fedeltà e coerenza. Se la coerenza è essere fedeli a se stessi e la fedeltà si dissocia dalla verità, resta un io egocentrico che si dichiara verità a se stesso, eludendo la realtà del vivere sociale, ecclesiale, relazionale, performativo e teologico: ma d’altra parte è come ha vissuto fin ora, quindi chiara parafrasi del “io mi sento e quindi sono”, moderna interpretazione del cartesiano “io penso quindi sono”. Ne resta un io-senziente perché io-sensazionale, ancora più solo e moralmente disperso di quello cartesiano. Anche l’Autore, guardando al futuro che ora vede sfuocato, dovrà inventarsi una ghiandola pineale e una morale provvisoria per non cadere nell’autodistruzione.
- La tensione tra influencer e prete: il testo evidenzia come la dinamica dei social (dove conta il consenso e il "personaggio") possa aver accelerato la crisi del ruolo presbiterale, rendendo difficile se non impossibile distinguere tra missione e narcisismo.
- Felicità sì, ma quale? La mia perplessità non è sulla felicità cercata in sé, ma sul rischio che diventi un nuovo idolo individualista che dimentica la dimensione comunitaria e sacrificale dell’Amore.
Sintesi
Questo testo risuona fortemente con la mia idea di una teologia che si evolve col tempo e con la storia e con la mia visione della bellezza e dell'armonia cosmica come centro dell'identità della persona. Il libro di Ravagnani, infatti, sembra essere una risposta pratica e – lo dico con sommo rispetto – dolorosa alla necessità di rispondere con carità anche ai dubbi più profondi, trattandoli non come un problema da minimizzare, ma come una chiamata all'azione teologica.
Qui mi accodo alle intuizioni e alle indicazioni di tanti, tra i quali l’amico teologo padre Paolo Gamberini sj, che invita a non gettare via in fretta il testo, ma a farne un caso studio. Certamente ritorno sul necessario rispetto, trattandosi della vita di un essere umano che si è messo pubblicamente a nudo ed in qualche modo chiede una vivisezione.
Per evitare però che se ne faccia una macelleria mediatica, è doveroso affrontare la riflessione in una camera asettica per non contaminare la doverosa attenzione nella sincera ricerca di far procedere la Chiesa con sapienza e non con banali soluzioni, quelle che vorrebbe la logica dei social.
Profilatura psicologica
Mettendosi così a nudo pubblicamente, ci sentiamo autorizzati ad ipotizzare un profilo del personaggio, ma lo facciamo non parlando del signor Alberto Ravagnani sul divano del terapeuta, ma del personaggio che affiora dal libro. Trattandosi di una personalità comunque complessa ogni sovrapposizione tra questi due piani è indebita. Lasciamo quindi che il signor Alberto ci dipinga il personaggio e restiamo solo su quest'ultimo.
Ipotizzare un profilo psicologico basato su un'autobiografia significa analizzare la narrazione del sé che l'autore sceglie di offrire. Inoltre, qui non si hanno le competenze accademiche riconosciute per farlo; pertanto, questa parte può trovare spazio solo nel campo dell’artigianato dell’esperienza.
Dal personaggio de La scelta, emerge un profilo complesso, segnato da una profonda scissione tra immagine pubblica e verità interiore.
1. La struttura del falso sé (il bravo bambino)
Il nucleo centrale del profilo è quello che in psicologia (pensando a Donald Winnicott) verrebbe definito falso sé. Alberto descrive una vita costruita per compiacere le aspettative altrui: quelle dei genitori, degli insegnanti e, infine, dell’istituzione ecclesiastica.
- Compiacimento e perfezionismo: il bravo bambino non è solo un soprannome, ma una struttura difensiva. Per evitare il conflitto o il rifiuto, egli ha imparato a sintonizzarsi sui desideri dell'autorità, diventandone lo specchio ideale.
- Soppressione dell’ombra: questo sforzo ha portato a una rimozione forzata delle proprie fragilità e dei propri impulsi (come il rapporto conflittuale con la sessualità e la pornografia menzionato nel testo), vissuti non come tappe di crescita, ma come "macchie" inaccettabili, da un lato vergognose, dall’altro esibite senza pudore.
2. La dipendenza dalla validazione esterna
Il successo sui social media ha agito come un potente amplificatore di questa dinamica.
- L’influencer come maschera: la popolarità digitale ha fornito ad Alberto una nuova armatura. Se il mondo lo approva, allora il falso sé è salvo. Tuttavia, la dipendenza dal consenso, like, visualizzazioni, approvazione dei giovani hanno finito per svuotare il suo senso di identità autentica, portandolo a sentirsi "un travestito con la propria identità".
- Il narcisismo missionario: emerge una tensione tra il desiderio genuino di annunciare il Vangelo (annuncio sempre troppo verbale e spesso verboso fatto di frasi slogan e non di gesti silenziosi ma credibili), contro la spinta narcisistica a essere al centro della scena. Questa consapevolezza genera in lui un rinnovato senso di colpa e una crisi di autenticità.
3. Conflitto con l'autorità e ricerca di autonomia
Il profilo mostra un passaggio psicologico fondamentale: dalla moralità eteronoma (seguire supinamente le leggi perché imposte dall'alto) alla moralità autonoma (seguire autarchicamente la propria coscienza). Mancanza totale di ciò che la psicologia suggerisce come integrazione.
- Il sacerdozio come corazza: l'abito e il ruolo sono stati inizialmente usati come un modo per risolvere i conflitti interiori attraverso una definizione esterna forte. Quando però l'istituzione Chiesa ha iniziato a chiedere calma e obbedienza, non l’ha sentita come occasione di paterna comprensione umana, ma come imposizione autoritaria e violenta; qui la struttura è crollata. Questa rilettura della paternità della Chiesa istituzione può essere stata riletta attraverso un transfer psichico tipico della autorità del padre sempre descritto come severamente pericoloso. C’è infatti una totale mancanza di integrazione tra la interpretazione della figura paterna e la reale fragilità interiore del padre. Da lì bisogna ricominciare o il transfer sarà implacabile e la tendenza social di fare della Chiesa il nemico da abbattere non troverà mai soluzione. La Chiesa sbaglia come mio padre sbaglia semplicemente perché siamo umani e pertanto anch’io sbaglio. Come posso perdonare mio padre, posso perdonare me e quindi posso perdonare la Chiesa. Ciò non mistifica la violenza, l’arroganza ed il cumulo di peccati che si possono elencare, ma apre alla possibilità dell’amore che ama senza merito chi non è amante.
- La crisi come atto di nascita: la scelta di lasciare il ministero non appare come un crollo psicologico, ma come un disperato tentativo di individuazione in senso junghiano. È il momento in cui l'io decide di integrare l'ombra e di esistere al di fuori della protezione/prigione del ruolo. Il tutto con troppa fretta e troppo solipsismo.
4. Tratti di vulnerabilità e resilienza
- Iper-riflessività: l’Alberto del libro appare come una persona che analizza ossessivamente i propri processi interiori. Questa capacità lo rende un comunicatore efficace, ma lo espone anche a un logorio mentale costante debilitante, che o si autoalimenta o distrugge.
- Bisogno di intimità: sotto la figura pubblica del prete energico emerge una profonda solitudine affettiva e il bisogno di un calore umano reale che non sia mediato o dall’altare o dallo schermo.
In sintesi: quale immagine ne esce?
L'immagine è quella di un eroe in crisi che chiede disperatamente approvazione o almeno compassione, che può smettere di combattere contro i nemici esterni che ha espunto dalla ricerca (Chiesa, Vescovo, confratelli, amici, famiglia) per affrontare l'unico nemico che non può sconfiggere con i like: la propria incoerenza. È il profilo di un uomo che passa dalla perfezione estetica e morale, alla presenza umana e vulnerabile.
Per chi come noi cerca di vivere il ministero in modo aperto alle scienze umane, questo profilo è emblematico: mostra come la teologia e la vita spirituale non possano prescindere da una sana integrazione psicologica, pena il rischio di un corto circuito emotivo distruttivo.
Rischi gravi?
Nel libro La scelta, non emergono descrizioni di autolesionismo nel senso clinico classico (come il cutting), ma l'Autore descrive una dinamica psicologica di autopunizione e una gestione del corpo segnata da una profonda conflittualità e dal desiderio di sofferenza ascetica.
1. Il meccanismo dell'autopunizione
L'Autore parla esplicitamente di un loop distruttivo legato al senso di colpa:
- Circolo vizioso: descrive la sua vita interiore come un loop infernale: colpa e senso di colpa, ribellione e autopunizione, trasgressione e schiavitù del dovere.
- Vittimizzazione rovesciata: fin da bambino, ha imparato a punire se stesso andandosi a scusare con chi lo ha ferito per evitare i conflitti, trasformando l'aggressione subita in una colpa personale.
- Soppressione degli impulsi: percepisce i desideri naturali di rabbia o vendetta come immorali e sceglie di annullarli, accumulando una tensione interna che si traduce in malessere psichico.
2. Il corpo come nemico e luogo di odio
Il rapporto con la propria fisicità è descritto in termini di estrema tensione:
- Vergogna e odio: l’Alberto del libro scrive di aver vissuto un rapporto ambivalente con il proprio corpo: "Lo odiavo e lo amavo, me ne vergognavo e lo veneravo, lo consideravo un ostacolo e al tempo stesso un rifugio".
- Perfezionismo ossessivo: passava ore davanti allo specchio nel tentativo di "eliminare ogni imperfezione", un comportamento che suggerisce un'aggressività rivolta verso l'immagine di sé.
3. L'idealizzazione della sofferenza fisica nell’ascetismo cattolico
Nel testo emerge il desiderio di infliggersi privazioni fisiche seguendo modelli agiografici. Cosa assai cavalcata da certa pastorale ecclesiastica e sicuramente da combattere.
- Emulazione dei santi: in Seminario, desiderava una "vita scomoda" e sognava di imitare i santi che avevano sofferto fisicamente.
- Modelli di dolore: cita con ammirazione san Benedetto che si rotola nei rovi per spegnere il desiderio, san Francesco che si butta nudo nella neve e san Carlo Borromeo che prega stringendo una palla di ferro per non addormentarsi.
- Dolore come prova d'amore: riflette su come, per anni, abbia interiorizzato l'idea del dolore come Grazia e come prova dell'amore di Dio, una visione che può portare a giustificare o cercare la sofferenza personale.
4. Segnali psicosomatici di burnout
Sebbene non si tratti di ferite auto-inflitte intenzionalmente, l'autore descrive come il suo corpo abbia iniziato a reclamare attraverso il malessere:
- Somatizzazione: la vergogna e il senso di colpa lo fanno sentire sporco e si manifestano fisicamente con tremori alle mani e una sensazione di pesantezza insopportabile.
- Collasso emotivo: descrive momenti di paralisi e spossatezza estrema, in cui il dolore interiore diventa un peso fisico che gli impedisce di agire.
In sintesi: più che di autolesionismo fisico diretto, si può parlare di un autolesionismo morale ed emotivo. L'Autore ha vissuto per anni una forma di violenza interna, in cui il bravo bambino schiacciava sistematicamente i bisogni dell'uomo, cercando nella sofferenza e nella punizione una via di purificazione o di approvazione. La sua scelta finale viene presentata proprio come l'unico modo per interrompere questo meccanismo di auto-annientamento, ma potrebbe rivelarsi come il nuovo ripresentarsi dello stesso meccanismo: mi massacro ecclesialmente per rinascere socialmente. Un caso clinico da studiare.
Quali consigli al don Alberto autore
Considerando la profondità della crisi descritta in "La scelta" e la mia visione sempre aperta alla evoluzione e alla bellezza dell'Essere, mi permetto dei consigli per un cammino. Non che la cosa non mi costi nulla, ma vorrei non l’aggiungersi di parole, ma un radicale richiamo alla serietà della riflessione. Qui dobbiamo vertere sull'integrazione tra l'uomo "nuovo" e il personaggio "pubblico".
1. Un passaggio dalla performance alla Presenza
Don Alberto ha vissuto per anni sotto la pressione di dover essere il migliore sia nel bravo bambino, che nel prete influencer, ruolo che stimo e che abbisogna di adeguati accorgimenti.
- Il consiglio fraterno: resistere alla tentazione di cercare subito un nuovo ruolo di successo o una nuova maschera laica altrettanto performante. Adesso che ha "bruciato le navi", il rischio è quello di voler dimostrare al mondo che la sua scelta è stata quella giusta attraverso nuovi successi. La vera sfida sarà abitare l'ordinarietà e il silenzio, dove l'identità non dipende dai like, dal consenso, ma dalla pura consapevolezza di essere.
2. Custodire la ferita senza trasformarla in bandiera
Il libro si chiude con l'immagine di una ferita che è anche una benedizione.
- Il consiglio fraterno: non permettere che il trauma dell'uscita dal ministero o la polemica con l'istituzione diventino il centro della sua nuova narrazione. C'è il rischio di diventare "l'ex prete" che parla solo di ciò che non andava. Il consiglio sarebbe quello di curare la ferita nell'intimità, lasciando che diventi una feritoia attraverso cui guardare il mondo con una compassione nuova, più umana, meno dottrinale, più pacata e, come il cammino del monaco, lenta e capace di attesa.
3. Esplorare un kerygma laico
Lui stesso dice di voler continuare a vivere il Vangelo, ma fuori dal vestito troppo stretto dell'istituzione.
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Il consiglio fraterno: come suggerisco spesso anche nella logica del DinDonCafé, questo è il momento di elaborare una sintesi tra la fede e le scienze umane. Potrebbe dedicarsi a un annuncio che passi attraverso l'esperienza concreta, l'arte, l'educazione, senza la pretesa di detenere una verità esclusiva fatta di parole e slogan: esperienza fatta di mani che diventano esperte dell’umano nella concretezza di un lavoro, uno stipendio, le bollette da pagare, l’occuparsi della famiglia e dei suoi anziani. Come compagni di viaggio chi, come lui, è in ricerca, ma non di aforismi social, ma di umanità reali.
Usando il suo linguaggio: dalla puzza di Seminario al profumo del seminare sta la pazienza del seminatore.
4. Gestire la libertà e la solitudine
Per un uomo abituato a una struttura (seminario, parrocchia, gerarchia), ma non avvezzo ad abitarla senza imposizioni, la libertà assoluta può essere vertiginosa e ritorcersi contro.
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Il consiglio fraterno: costruire relazioni paritarie e profonde. Il bravo bambino cercava approvazione; l'uomo adulto cerca condivisione. Il consiglio è di investire tempo in legami che non siano mediati dal ruolo, per riscoprire il valore di essere amato per ciò che è, e non per ciò che rappresenta o comunica.
In tutto ciò la riconciliazione con la famiglia non sarà né un processo facile, né veloce, ma necessario all’integrazione di una persona finalmente matura.
5. Accettare l'evoluzione
Il mondo digitale non dimentica facilmente e distrugge senza morale.
- Il consiglio fraterno: accettare che la sua immagine pubblica subirà una metamorfosi lenta e a tratti dolorosa. Molti criticheranno, altri idealizzeranno, altri banalizzeranno come un ribelle inconcludente. Il consiglio è di restare fedele alla propria coscienza come centro di identità, ma stavolta, almeno stavolta, in relazione dialogica tra pari.
In sintesi, il consiglio più grande sarebbe quello di restare nel divenire. Se la sua è stata una scelta di verità, la verità non è un punto d'arrivo, ma un processo continuo di spogliazione. Adesso che non ha più né la tonaca, né la Chiesa a proteggerlo o a limitarlo, può forse finalmente scoprire che il Kerygma più potente è la sua stessa umanità riconquistata.
Ma questa riconquista sarà assai dolorosa e non si fa da soli.
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Recensione e riflessioni su La Scelta di don Alberto Ravagnani