Si solleva sempre un gran polverone tutte le volte che nei documenti ecclesiali si toccano temi delicati. È successo e fa ancora eco la benedizione delle coppie omoaffettive o la questione della comunione alle coppie ‘irregolari’. Ogni volta questo approccio sguaiato e oltraggioso riporta a galla una dinamica antica quanto il Vangelo: lo scandalo dei giusti. Non voglio entrare qui nel merito tecnico della dottrina, ma usarlo come specchio per osservare ciò che accade nel cuore dell'uomo quando si deve confrontare con la Misericordia. Ecco che i peggiori arrivano persino a storpiarne il nome per denigrare tutto e usano il termine inventato di ‘misericordismo’. L’hanno fatto con papa Francesco e continuano a farlo senza nemmeno porsi la domanda morale sul loro vergognoso ergersi a giudici della vita altrui.

Il paradosso delle novantanove pecore

C’è un’ipocrisia sottile e bastarda che s’annida in chi si sente ‘a posto’. È la convinzione che la salvezza sia un premio fedeltà, un recinto privato da difendere. Quando leggiamo la parabola della pecora smarrita, tendiamo sempre a identificarci con il pastore o con la pecorella ritrovata. Ma cosa succede se ci identifichiamo con le novantanove rimaste nel recinto? Il Vangelo di Luca è di una precisione chirurgica:

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?»[1]

Nessuno di noi! La risposta è nessuno di noi lascerebbe le novantanove nel deserto e andrebbe in cerca di quella perduta. Nessuno. Questo è il problema: Gesù non sta parlando di noi quando siamo perduti, ma di noi che ci sentiamo nel recinto dei giusti e abbiamo un pastore ‘pazzo’ che ci abbandona per andare dalla ‘sbagliata’.

Lo scandalo esplode qui: nel deserto. Chi si sente giusto maledice persino il pastore che si allontana da loro per andare in cerca di chi s’è smarrito. Si lamenta di essere stato lasciato ‘al buio, nella notte’, mentre il pastore perde tempo con chi ha sbagliato strada. L'ipocrita non cerca la gioia del Padre, non fa il tifo per Lui, non vuole rischiare niente, cerca solo la dannata conferma del proprio privilegio.

L’occhio cattivo davanti al padrone buono

Questa dinamica si ripete nella parabola degli operai dell'ultima ora[2]. Chi ha lavorato tutto il giorno non sopporta che l'ultimo arrivato riceva lo stesso trattamento. La risposta del padrone in Matteo è una provocazione che scuote ogni presunzione:

«Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»[3]

Chi ha bisogno di mettere paletti, recinti e steccati, chi vuole dichiarare ossessivamente quale sia la ‘giusta dottrina’ per escludere l'altro, spesso è qualcuno che non ha mai fatto una reale esperienza né del proprio limite, né della Misericordia che lo ha rialzato. Solo chi si riconosce come "guaritore ferito"[4] può ascoltare il grido — il belato — di chi è impigliato nel folto del bosco e desidera solo tornare a casa.

La vita vera della pecora perduta

Ma poi… facciamoci una domanda seria: chi ha detto che, ad esempio, le persone di una coppia omoaffettiva o di una coppia esito di un divorzio siano pecore perdute? Sempre loro! Sono quelle carogne di cuore dilaniate dall’odio e dalla paura verso il diverso, il contrario, verso chi lotta per cambiare, verso chi ferito cerca di rialzarsi.

Solo il cuore marcio può alzarsi a gridare verso chi viene accolto ed amato. È il solito figlio maggiore di Luca 15 che vuole essere il beniamino di un padre potente e truce, che resta nella casa a fare il bravo perché pensa di doversi meritare l’amore e la riconoscenza del Padre come un premio. È il fratello boia e carnefice che vorrebbe solo veder giustiziato suo fratello minore per le sue colpe. È uno dei tanti, troppi che vanno in chiesa ad adorare un idolo massacratore e punitore: altro che Dio Padre delle misericordie![5]

La Misericordia non è a buon mercato

Dobbiamo intenderci: la Misericordia di cui parlo io leggendo il Vangelo non è un colpo di spugna sentimentale. È una Misericordia a caro prezzo. Costa cara a chi la dona, perché lo espone alla critica dei ‘puri’, al ‘crucifige’ delle folle sotto la spinta dei dottori della legge; e costa cara a chi la riceve, perché chiede la consapevolezza profonda del proprio smarrimento ed il coraggio di incamminarsi verso chi ama senza chiedere nulla in cambio.

I ‘censori’ del vivere altrui si sentono forti del peccato degli altri che si perdono. Sono quelli sempre pronti a puntare il dito, a scagliare la prima pietra. Hanno bisogno del peccato altrui per sentirsi qualcuno. Credono che la loro sicurezza dipenda dalla distanza che mettono tra sé e il ‘peccatore’, tra la loro propalata veste candida e le piaghe del lebbroso. Ma un pastore che non rischia le novantanove per l'unica perduta non è un pastore: è il guardiano prezzolato a cui le pecore non interessano[6]. E da come giudichi capiamo bene chi è il tuo Dio! Da come dichiari che l’altro sia un peccatore capiamo bene quanto tu sia marcio dentro, cuore indurito dalla paura di un idolo punitore e massacratore eterno degli uomini fragili. Capiamo bene molte cose… capiamo bene quanto tu abbia bisogno della Misericordia della quale non hai mai fatto vera esperienza.

Verso una consapevolezza profonda

Oltre le categorie di ‘giusto’ e ‘sbagliato’, di ‘dentro’ e ‘fuori’, dobbiamo iniziare a scorgere un orizzonte più ampio. La teologia, se non evolve col tempo e con la storia, toccando la vera storia degli uomini nella luce misericordiosa del Vangelo di Cristo che pur di non punire la mano dell’uomo muore lui, rischia di diventare un guscio vuoto quanto la legge che non salva[7] e così la prassi pastorale delle nostre comunità diventa un fico sterile e maledetto[8].

Oggi siamo chiamati a un’elaborazione radicale che ponga a fondamento l’esperienza concreta della consapevolezza che chiede Gesù: «che cercate?»[9] «Volete andarvene anche voi?»[10]. L'uomo non è un suddito di una legge esterna, ma il centro di un'identità che si scopre parte dell'Essere, dell’essenza divina che è in noi[11]. La Misericordia, allora, non è un atto religioso, ma la manifestazione anche liturgica e sacramentale della bellezza e dell'armonia cosmica cui il Padre di Gesù Cristo ci invita. È l’annuncio di questa potenza anche a chi sta nell’oscurità e che non ci dà diritto mai di dire a qualcuno che è oscuro o un residuo di una umanità decaduta: è il riconoscimento che tutto è connesso, che ogni ferita è la mia ferita e ogni ritrovamento è la mia festa[12].

Pertanto, non ci può essere giudizio universale se non la riconciliazione eterna di ognuno con tutti gli altri. Non c’è un ‘paradiso per i giusti’ ed un ‘inferno per i peccatori’, perché non può esserci nessun paradiso se vi entrano solo dei giusti che godono nel veder maledetti gli altri! Non si è giusti per aver fatto tutto bene. C’è solo il perdono universale di tutti verso tutti: questo è il Regno di Dio!

Dio non è il giudice che sorveglia il recinto, ma la Vita stessa che pulsa in ogni tentativo — anche goffo, anche ‘irregolare’ — di trovare Luce, di stare nella Luce[13]. Essere misericordiosi come il Padre è misericordioso non è seguire le regole, ma rompere le regole, spezzare il laccio[14] della legge e fluire come il sangue di Cristo ad irrorare la terra così com’è, sporca e triste, nell’impeto di non escludere nessuno perché nulla vada perduto[15], ma che tutto abbraccia in una danza infinita di consapevolezza della potenza dell’Amore che salva … e non posso essere salvo io se un altro non lo è!

Se Cristo da ricco che era, non ha ritenuto un tesoro prezioso la sua uguaglianza con Dio, ma ha umiliato se stesso facendosi obediente fino alla morte di croce[16] per il bene dell’umanità, posso forse io ritenermi esonerato da questa via? Può forse il discepolo ritenersi più del Maestro?[17]

#dsb2026


A questa riflessione possiamo accompagnare il video 557 sul tema di grande attualità ecclesiale partendo da una riflessione di una ascoltatrice, Alessandra, riguardo alle polemiche nate dal documento sulle benedizioni per le coppie definite ‘irregolari’ o dello stesso sesso (Fiducia Supplicans).



[1] Luca 15,4.

[2] Matteo 20,1-16.

[3] Matteo 20,15.

[4] Henri J.M. Nouwen, Il guaritore ferito. Il ministero nella società contemporanea, Queriniana.

[5] 2Corinti 1.

[6] Giovanni 10,12.

[7] La Funzione della Legge: Paolo riconosce che la legge (la Torah di ieri o le leggi di cui anche la Chiesa resta imbrigliata) ha una funzione negativa: segnalare le trasgressioni e mostrare l'incapacità dell'uomo di salvarsi da solo. La Forza del Peccato: Come evidenziato da sant'Agostino basandosi sugli scritti paolini, la legge paradossalmente aumenta la consapevolezza del peccato e, in tal senso, "la forza del peccato è la legge". Dalla Legge alla Grazia: La conversione di Paolo segna il passaggio dal tentativo di salvarsi attraverso l'osservanza rigorosa della Legge al riconoscimento della salvezza come dono gratuito (Grazia) tramite Gesù Cristo. Risultato: Paolo non abolisce la legge, ma stabilisce che il cristiano è giustificato dalla Grazia e non dalle opere della legge.

[8] Marco 11,11-25.

[9] Giovanni 1,35-42.

[10] Giovanni 6,67.

[11] Giovanni 14,7-14 «Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?». Gesù spiega a Filippo che lui e il Padre sono una cosa sola, rivelando la sua natura divina e l'unità di opere e parole tra Lui e Dio, confermata anche dalle opere compiute. Questa unione diventa essenza dell’uomo consapevole in Giovanni 15,4-5: «Rimanete in me e io in voi» che descrive l’unione intima tra Cristo e i suoi discepoli. Unità Divina: Gesù afferma la sua profonda unione con il Padre; chi vede Gesù, vede il Padre. Opere e Parole: Le parole e le opere di Gesù non sono proprie, ma del Padre che abita in lui e opera attraverso di lui. Fede e Opere: Gesù invita a credere a questa unione, se non altro per le opere stesse che compie. E tutta questa realtà è la premessa alla Promessa: Chi crede in Gesù farà opere ancora più grandi, e ogni richiesta nel suo nome sarà esaudita affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Questo brano sottolinea come Gesù sia la via, la verità e la vita per conoscere il Padre e se stessi.

[12] Lc 15 tutto il capitolo.

[13] Matteo 5,14-16.

[14] Salmo 124(123),7.

[15] Giovanni 6,12.

[16] Filippesi 2.

[17] Luca 6,40. Gesù insegna che il discepolo non supera il maestro, ma se istruito bene, può eguagliarlo. La frase critica la presunzione e l'ipocrisia, esortando all'auto-riflessione prima di giudicare gli altri. Essere discepoli significa seguire e cercare di imitare il maestro in un percorso che richiede fedeltà e umiltà, non la pretesa di superiorità né di Cristo, né dei fratelli.