Prima o dopo la visione del video dell'intervista di venerdì 5 dicembre 2025 all'autore del saggio "Meno Cattolici + Cristiani" del giornalista Roberto Beretta, per 30 anni penna di Avvenire, della quale vi metto il link qui sotto, vi propongo la critica di uno spettatore (del video e della Chiesa) con la mia paziente risposta che chiarifica meglio - se ce ne fosse il bisogno - l'intento della prassi consolidata sul mio canale e sulle mie pagine di apertura del dibattito e dell'analisi anche del dissenso.



 

Scrive:

Domanda. Giovanni 14,9. Non inficia un poco il discorso sull'inconoscibilitá del Padre?
A parte questo, mi è sembrata una chiacchierata molto ingenerosa verso la Chiesa. Papa Benedetto sulla coscienza ha detto molto, se fosse "temuta dalle gerarchie" non credo avrebbe speso parole.
Faccio sempre molta fatica ad inquadrare questa necessità di sembrare scandalosi sempre.
Aiuta con i follower?
 
Rispondo:

Ti ringrazio per il tuo commento, che, pur inutilmente caustico, ci offre la possibilità di approfondire i temi sollevati, in linea con il desiderio di considerare ogni critica come una chiamata all'azione teologica, anche quelle di chi non produce niente di utile se non critiche al fare altrui.
 
Procedo rispondendo ai tre punti, a partire dall'accusa più diretta:

1. Sulla ricerca di Follower e la necessità di "scandalo".

Comprendo la tua fatica nell'inquadrare ciò che percepisci come la "necessità di sembrare scandalosi". Tali osservazioni non sono rare nell'attuale dibattito ecclesiale.
Il fine del canale Dindoncafé e del mio ministero non è la ricerca di follower (che definirei piuttosto "compagni di viaggio"), ma l'esercizio della onestà intellettuale e della responsabilità di cui ogni battezzato deve farsi carico.
Beretta definisce il modello di fede che promuoviamo come un cristianesimo "pensante", in contrasto con la pigrizia intellettuale che accetta precetti e dogmi per mera autorità. E tra i "pensanti" ci sei anche tu con la tua attrita critica verso di me. Quindi se vale per te, deve valere per tutti. Motivo per il quale mi prendo la briga di risponderti diffusamente e con garbo.
Se la ricerca dell'autenticità e della libertà interiore risulta "scandalosa", ciò è solo un sintomo della profonda distanza percepita tra la prassi ecclesiale e l'autenticità evangelica. La nostra discussione è un tentativo di decostruzione critica finalizzata alla desacralizzazione dell'apparato umano per salvaguardare la sacralità del messaggio divino. Questo processo non è un vezzo per attrarre pubblico, che anzi si fa più numeroso dando via dolcetti banali per poppanti, ma un imperativo di riforma e una necessità per la sopravvivenza della fede (che è combattimento contro paura e non lotta contro l'ateismo) in un contesto secolarizzato che chiede le ragioni della speranza e non la speranza di poter pretendere di aver ragione (da entrambe le parti: Chiesa e mondo).
Basta studiare i testi del Concilio Vaticano II (sulla carta, intendo, non sui social)!
 

2. Veniamo alla domanda seria: riguardo a Giovanni 14,9 e l'inconoscibilità del Padre.

Il tuo richiamo al vangelo di Giovanni al versetto "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9) - citato proprio da me nella precedente intervista fattami da SettimanaNews e disponibile sul canale - è centralissimo e corretto nell'economia della Rivelazione.
Questa frase non inficia affatto l'affermazione sull'inconoscibilità del Padre, ma la inserisce proprio nella tensione fondamentale tra Trascendenza e Rivelazione. Gesù Cristo è la rivelazione perfetta e definitiva del Padre ("il contenuto"), e per questa via Dio si fa conoscere.
Tuttavia, il saggio di Beretta critica un altro aspetto: la tendenza del "cattolicesimo istituzionale" ad accumulare sovrastrutture dogmatiche, giuridiche e culturali (il "roccocò") che, di fatto, oscurano la figura di Gesù e di conseguenza la visione del Padre. Il punto non è teologico-dottrinale, ma antropologico-pastorale.
Tutto il complesso studio di cui si parla passa sotto il nome di "De Deum" (un complesso esame faticosamente superato all'esame del mio baccalaureato) che persino il famoso teologo italiano mons. Pierangelo Sequeri [che dal settembre 2012 è preside della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, dove è anche professore ordinario di teologia fondamentale e che dal 2016, è preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II] sta rivisitando nelle sue radici perché non rispondente alle esigenze ermeneutiche più profonde del cristianesimo neotestamentario.
Si rischia, infatti, di dipingere Dio (il Padre) con "tutte le caratteristiche" (come si è detto nell'intervista) dettate dalla ragione cercando equilibrismi con la nostra cultura e mentalità.
Questa tendenza genera una "gabbia... stringente e oppressiva intorno al messaggio di Cristo", rendendo arduo ritrovare i "tratti originari del messaggio di Gesù di Nazareth" (ovvero, Colui che ci rivela il Padre).
 

3. Passiamo poi all'"ingenerosità verso la Chiesa e il Magistero di Benedetto XVI" sulla coscienza.

Tu osservi giustamente che papa Benedetto ha speso parole significative sul tema della coscienza, dimostrando che questo concetto non è affatto "temuto dalle gerarchie". Sarebbe da precisare (come cerco sempre di fare) se questo pensiero sia del Ratzinger teologo postconciliare, del Ratzinger alla Dottrina della fede o del Ratzinger papa. Ma qui bisogna studiare approfonditamente con competenza e non seguendo facili polarizzazioni da pollici social...
Comunque, questa osservazione conferma la validità teologica della nostra discussione, piuttosto che smentirla. L'analisi del saggio di Beretta rivela che "il primato della coscienza" è un punto focale ed "è in piena armonia con gli sviluppi della teologia morale post-conciliare", risuonando con i dibattiti sul discernimento promossi anche da papa Francesco e ribaditi proprio recentemente da papa Leone.
La conversazione è quindi critica verso la prassi pastorale ordinaria diffusa nelle nostre parrocchie e verso l'insegnamento di base, che spesso non hanno recepito completamente tale dinamismo. L'accusa è rivolta alla struttura che, pur avendo la dottrina corretta, la applica in modo:
- Clericocentrico: imponendo l'obbedienza acritica e subordinando di fatto la coscienza all'autorità (la coscienza è "rettamente informata" solo se segue la gerarchia).
- Colpevolizzante: utilizzando il meccanismo del senso di colpa per mantenere i fedeli in uno stato di soggezione e di dipendenza psicologica, impedendo la transizione verso una fede adulta e matura.
L'obiettivo è elevare il laico da "servo" ad "amico" di Cristo (Gv 15,15), affinché possa esercitare la sua piena libertà battesimale e assumersi il rischio di "pensare in proprio" all'interno di una comunità aperta, in piena coerenza con le più alte espressioni del Magistero che hai citato. L'accusa invece di essere ingenerosi perché "si pensa" e ipotizzare una malevolenza verso la Chiesa, questo sì che sono povertà di pensiero che mostrano il desiderio di una Chiesa occlusa da facili patologiche accuse di eresia e di insubordinazione.
Si pensa da "figli amati e amanti dei padri", non "da bulli" che non hanno risolto il complesso edipico... ma nel video dico con chiarezza la mia posizione. Ovvio, per chi la vuol capire.
Grazie ancora per il tuo stimolante contributo.
 

dsb2025