Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, tutti quanti abbiamo compreso il significato della parabola; Gesù parla di quei contadini che aveva scelto per dare i frutti a tempo opportuno: è il popolo ebraico che Dio sceglie come germe e inizio del suo Regno sulla Terra. Ma purtroppo quei contadini (cioè il popolo ebraico) rifiutarono l’invito di Dio. Difatti sappiamo bene che, per esempio, i profeti non fecero vita tranquilla: molti furono arrestati, condannati, imprigionati, uccisi, addirittura.

E allora noi, che posizione abbiamo in questo brano di parabola? Noi (dico noi cristiani d’occidente, anzi, i cristiani d’Italia) abbiamo tutti i titoli per considerarci eredi del ruolo storico che ebbe il popolo d’Israele ai tempi di Gesù. Noi che siamo gli eredi abbiamo ereditato la fede dei nostri padri, abbiamo accumulato molte glorie nella nostra storia, abbiamo goduto nel passato recente del sentimento di avere come un primato nel mondo, di essere in qualche modo, noi, il popolo eletto nella umanità; abbiamo cercato infatti di portare il nostro Dio in ogni angolo della Terra.

Ed ecco che in questi ultimi tempi siamo colpiti dalla scoperta, o dal sospetto, che in verità noi siamo proprio come i vignaioli della parabola. La nostra vigna (se vogliamo usare l’arcaica immagine del Vangelo) è davvero come quella descritta dalla Bibbia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo assediati dagli esclusi che ci minacciano, che ci tolgano le condizioni materiali e anche quelle morali del privilegio. Viviamo il momento della condanna; fra noi c’è spargimento di sangue e ci sono grida di oppressi. È il giudizio di Dio che scende sopra di noi e rompe l’incantesimo di ieri.

Molti sono tanto scoraggiati che non trovano più plausibile continuare nelle tradizioni dei padri. Essi hanno molti argomenti a loro favore perchè la testimonianza che viene dal passato, criticamente riletto, è una controprova della validità del messaggio cristiano. Le parole del Vangelo più sono lente e più valgono come criterio di giudizio sul cristianesimo storico. Molti denunciano in chiare parole e senza timore la responsabilità nostra del passato e del presente e guardano con occhi piena di fraterna simpatia a quei popoli che probabilmente Dio sceglierà per sostituirci nella grande impresa della creazione del suo Regno. Altri vivono in un sospetto ambiguo che suggerisce ora tentativi di restaurazione, di recupero delle certezze tranquille e superbe di ieri, ora invece si aprono con timidezza alle nuove forme di coerenza col vangelo. Siamo perciò quindi una cristianità provvidenzialmente, anche se dolorosamente, lacerata. Guai se non lo fossimo! L’alternativa sarebbe probabilmente quella della sicurezza di ieri quando si guardava il mondo dal vetrice di una piramide e si scorreva con gli occhi la piramide dall’alto al basso con una paternalistica carità e con la speranza che tutti accettassero il primato del papa, del papa re dei re, dominatore dei dominatori, come diceva una liturgia pontificale smessa appena trent’anni fa circa.

Ora siamo nella tribolazione: chi cerca di salvarsene con altri strumenti che non siano la riflessione sulla Parola di Dio non può che andare verso i tristi esiti della superbia (una superbia resa violenta per la sua astoricità) e verso lo smarrimento nella desolazione spirituale.

La salvezza unica è nel riconfrontarsi, con pazienza, con la Parola di Dio per trarne indicazioni necessarie. L’effetto di questo recupero del Vangelo è il ripensamento critico sulla storia che abbiamo vissuto e con la quale ci sentiamo solidali nel bene e nel male: nel male che ormai è carne nostra e sarà una fatica liberarcene del tutto, nel bene in quanto questo risveglio, lo sappiamo, non è un’invenzione di oggi: ne scopriamo i presentimenti, le prefigurazioni nel corso della storia della nostra fede.

Non dimentichiamoci che questa storia ha lo stesso valore che ha la memoria che la ricostruisce. Fino ad oggi la memoria è stata strumento di orgoglio e di sicurezza; per questo noi non ricordiamo quasi mai coloro che nel passato sono stati davvero i promotori del Regno di Dio e magari esaltiamo come eroi della nostra epopea coloro che, invece, furono complici di quel peccato di superbia che oggi siamo chiamati a scontare.

Noi oggi dunque siamo nella vigna di Dio; la vigna di Dio è l’umanità. Ecco il discorso fondamentale della parabola di oggi: non il popolo d’Israele, non il popolo cristiano, ma il genere umano è la vigna di Dio! L’amore di Dio investe l’umanità intera ed è un Amore che promuove, che provoca, che apre orizzonti, quelli appunto dell’attuazione del Regno di Dio e cioè di una umanità senza frontiere, fraterna, in pace, in gioioso godimento della natura, e in un rapporto di amore e di equilibrio con tutte le creature di Dio, comprese le stelle, i fiori e le acque. Ecco perché chiudiamo la nostra riflessione con le parole del salmo: “Proteggimi o Dio, in Te mi rifugio. Ho detto al Signore: mio Signore sei Tu, solo in Te è il mio bene”. E così sia.

Don Enrico Vago