Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, questa pagina del Vangelo, che ci racconta le diatribe tra gli apostoli per occupare i posti migliori, ci porta molto lontano e ci immette nei problemi fondamentali della nostra fede. Infatti possiamo partire da questo concetto: che Dio è l’Amore. Dio è l’Amore, quindi ogni gesto di Dio è un gesto d’amore. E quando il Signore ha acceso la luce della creazione quello fu un atto di amore, un amore silenziosissimo. Da quel momento cominciarono ad esistere gli esseri inanimati e gli esseri animati, che siamo noi. E fin qui siamo tutti d’accordo; ma quando si comincia a parlare dell’altro gesto di Dio, che è il gesto della redenzione, del perdono del peccato, sentiamo che il Signore è venuto a servire e a dare la propria vita in riscatto per molti. Quando si parla di redenzione si sente parlare di dolore, di sofferenza, di sangue, di morte, addirittura della morte del Figlio di Dio.

E allora immergiamoci in questa pagina evangelica. La disputa per il potere è una pagina permanente non soltanto nella storia del mondo, ma anche nella storia della Chiesa e ha il suo luogo evangelico proprio in questo brano dove gli apostoli disputano sui posti da occupare nel Regno, posti che essi immaginavano secondo le categorie del potere solo giudaico. Ebbene, è avvenuto che la morte di Gesù è stata inserita in una specie di metafisica religiosa i cui termini elementari sono questi (ricordo di averli studiati nella teologia almeno cinquant’anni fa): l’uomo, peccando contro Dio alle origini (il peccato d’origine), ha commesso un peccato infinito perché l’oggetto del peccato è l’infinità di Dio perciò di una gravità che l’uomo, essendo finito, non può espiare per conto suo. Allora era necessario che espiasse un Uomo che fosse anche Dio, in modo che la sua espiazione avesse un valore infinito e quindi misurato sulla infinità del peccato.

Con questo discorso di logica astratta, la morte di Gesù veniva ad essere un fatto espiatorio che lasciava nell’ombra, in maniera gravissima, due fatti fondamentali della nostra esperienza e della nostra stessa verità evangelica. Ecco la prima manomissione: era quella del Dio Amore che, in questa visione, diventava un Dio insaziabile, un Dio che ha bisogno che si paghi il delitto, che non è soddisfatto se non quando il delitto è pagato, sia pure magari da suo Figlio. Questa immagine di un Dio superimperatore è estremamente adatta a legittimare la spietatezza del potere che è vindice dell’ordine. Che poi quest’ordine non fosse proprio quello voluto dal Creatore era questione secondaria, perché ogni epoca ha il suo ordine, ogni ordine ha il suo architrave, ogni architrave il suo titolare, il quale, per mantenere l’ordine, sacrifica anche gli uomini. È nata quindi una omogeneità funesta tra il cristianesimo e l’ordine. E in questo cosiddetto ordine cristiano la pena di morte è stata accettata e non solo la pena di morte, ma anche le torture. E questo senza turbamento perché alle origini c’è un Dio che ha voluto che si pagasse col sangue della croce un peccato commesso dall’uomo. Come vedete allora la cosiddetta teologia si avvicina enormemente alla ideologia del potere.

Ma c’è anche una seconda manomissione che riguarda il significato della croce. Perché la croce? Il mistero del dolore umano, parallelo al mistero dell’amore di Dio, non può essere messo dentro una logica di necessità perché il fatto che l’uomo si trovi a dover vivere la sua storia perennemente stritolato, in modo vistoso o in modo latente, dal mondo in cui dominano quelli che hanno l’unica ambizione del potere e della ricchezza, del successo e si fanno strami di tutti gli altri, questo dato misterioso non può non essere normalizzato dentro una visione della croce in cui anche il dolore è una necessità.

Nessuna necessità: Gesù va verso la croce solo perché essa è lo scotto inevitabile dell’amore per gli altri. Perché servire gli altri non vuol dire prendere atteggiamenti di paternalistica carità verso i poveri: vuol dire addossarsi la loro condizione, farla propria, con tutte le conseguenze. E Gesù ha compiuto il passo rifiutando l’invito di satana ad adorarlo ed entrando nel mondo egli ultimi. Egli è veramente sempre fra gli ultimi. Il che vuol dire che più che i libri, i catechismi, le ideologie, quello che conta è vivere la stessa scelta che Lui ha compiuto liberamente. Anche noi liberamente dobbiamo fare questa scelta: che è l’amore per gli altri.

Allora l’esaltazione della croce, l’esaltazione del soffrire come vera strada per diventare santi significa la semplicità essenziale, indivisibile, dell’evento croce e consiste nel fatto che quell’evento è una conseguenza dell’amore libero per gli ultimi e quindi della contrapposizione netta a coloro che ragionano come quelli del potere.

Carissimi fratelli e sorelle, se abbiamo compreso qualcosa, allora possiamo dire che questa riflessione è necessaria per non fare del momento evangelico, come stiamo facendo, un momento accanto alla vita, staccato dalla vita, una specie di pausa domenicale per rifarci una coscienza buona, il bucato settimanale che ci permette di tornare più contenti di prima alla vita di tutti i giorni. La religione può diventare quindi un’artificiosa ricostruzione della buona coscienza in chi, come noi qualche volta, non ha diritto di avere una buona coscienza.

Dobbiamo portare scoperte in noi le responsabilità, non camuffarle, scaricando su arcane potenze coi suoi destini provvidenziali ciò che invece rientra nello spazio delle nostre scelte libere e dei nostri giudizi. Questo è il modo per me (ripeto, assumendomi le responsabilità di questa ermeneutica) di leggere il Vangelo di oggi senza staccare i piedi dalla sofferta partecipazione alla storia di tutti giorni. “Oh Signore, con la tua potenza e il tuo Amore accompagnaci nel cammino della nostra esistenza”.

Don Enrico Vago