Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, la Parola di Dio di questa domenica potremmo intitolarla “La vocazione, la chiamata” a cui deve corrispondere, ovviamente, la risposta da parte nostra: la vocazione, la chiamata di Samuele e poi la vocazione e la chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Noi ci soffermeremo soprattutto sulla persona di Pietro, che è “il primo”.

Proviamo a immaginare che cosa è avvenuto nel cuore, nella psicologia di Pietro, quando il Signore Gesù lo strappò dalla pesca, dicendo a lui e agli altri “Vi farò pescatori di uomini”. Pietro era un uomo semplice e il suo orgoglio interiore gli portava delle strane intenzioni “Dunque sarò pescatore di uomini; che cosa vuol dire?”. Pietro si sentiva sempre indicato per primo; quando leggiamo nel vangelo l’elenco degli apostoli, il primo è sempre lui, Simone, detto Pietro. Pietro si immaginava di seguire Gesù da vicino, più vicino di tutti gli altri perché si sentiva il primo. Se non che nella sua vita avvennero delle cose che lo confusero non poco. Pietro si immaginava sulla croce come Gesù, che aveva detto “Vado a Gerusalemme e il Figlio dell’Uomo sarà crocifisso” e Pietro si immaginava glorioso sulla croce del martirio vicino a Gesù.

E quando quella sera Gesù disse “Questa notte Io sarò solo perché voi tutti mi abbandonerete”, Pietro disse “Se anche tutti dovessero tradirti, io no”; lui no. Lui già sognava l’esaltazione del bel gesto pubblico, la gloria di un martirio clamoroso. Aveva bisogno di costruirsi la sua piccola di leggenda a spesa del modesto quotidiano, trasferendosi in un mondo dorato dove il sangue era porpora. Nell’esaltazione, se si fosse imbattuto nei carnefici armati, ci sarebbe riuscito, ma non pensava di dover fare i conti con una serva e che il suo ardire avrebbe dovuto passare quel vaglio di mortificazione. Quando gli capitò, fuori da ogni contesto scenografico, quando il coraggio era solo coraggio e non fanfara, allora l’euforia lo abbandonò: ebbe solo paura; perse quella fermezza sciocca che conosciamo prima del timore e non trovò la fermezza patita e consapevole che raggiungiamo dopo; ebbe solo una miserevole paura e farfugliò scuse e bugie. Gli era mancato il quadro, povero Pietro, e col quadro il suo falso ardimento: entrò in crisi. Allora, oh Signore, Tu sei passato e il gallo ha fatto udire il suo grido mattutino. Ma quel gridò lo graffiò di dentro come un ago e comprese che il suo coraggio era soltanto vanteria. Seguirti era stato una bella promessa, sì, una esaltante prospettiva di gloria, ma non aveva messo in conto il disprezzo di una serva le umiliazioni delle beffe, la derisione, il disprezzo della gente e nemmeno quei giorni pesanti, grevi, senza gloria né infamia, senza infamia e senza lode; e cadevano i giorni lenti come in uno stagno opaco.

Tutto questo non era entrato in quel suo conto troppo rapido, in quella promessa troppo precipitosa, in quel coraggio imperturbabile. Ora Pietro capiva di avere sbagliato, fallito, senza l’aiuto della esaltazione. Aveva capito che il coraggio significa anche tremare e superare quel timore, superare quella notte. La serva se ne era andata, il piccolo crocchio si era sperso, il fuoco si era spento; rimaneva solo un pugno di cenere livida. Anche Tu, oh Gesù, eri ormai passato, restava solo il gallo a cantare, puntigliosamente, nel cielo freddo della notte. Carissimi fratelli e sorelle, quando tanti anni più tardi sarebbe stato capace di coraggio, allora Pietro, dice la tradizione, chiese di essere crocifisso con la testa all’ingiù e la tradizione, interpretando la richiesta, dice che fu per umiltà, per distanziarsi dalla tua morte, oh Signore. E può darsi che sia stato così, ma mi piace pensare che nella scelta avesse parte anche il ricordo di quella notte ingloriosa, di quel suo puerile concetto di un tronfio coraggio da spettacolo, dell’eroe che sembra un modello, una perfetta statua da scolpire. E volle scegliere, per questo, l’atteggiamento meno nobile, meno statuabile: un uomo con la testa all’ingiù non ha stile, non ha dignità, non ha nulla, quasi diventa soltanto ridicolo.

Ma Tu, Gesù, sei venuto nel mondo per insegnarci a morire, per insegnare a Pietro come si deve morire; sei venuto per insegnarci come si fa a vivere. E infatti se c’era qualcuno che avrebbe potuto presumere di essere senza brividi, questo certamente eri Tu, oh Signore; e, invece, non volesti. Volesti vivere la nostra stessa vita, nel suo tremore quotidiano, nella sua quotidiana rassicurazione che la vita è un lento risalire dall’angoscia.

Tu ci doni la pace e il coraggio: come la pace, anche il coraggio Tu ce lo dai non come ce lo dà il mondo, decorato, ma più sofferto, più temuto, più pavido. Cos’è la nostra pace? Fuggire una fatica, scansare un rischio, non comprometterci, non sporcarci le mani: questa è la nostra pace, cioè un bilanciato qualunquismo equidistante che dà tanto a Dio e che dà tanto anche al mondo per non scontentare nessuno; cioè fuggire i tristi pensieri, chiudere le pagine nere del giornale per non essere turbati, per non concedere amore, per non soffrire, non guardare la realtà negli occhi e cullarsi nella rassicurazione della buone statistiche, del tutto va bene, conteggiando comunioni pasquali e pellegrini. Questa è la nostra pace, ma non è la tua.

Così per il coraggio: gonfiare il petto, metterci in posa, buttarci nella mischia, quando c’è mischia ed esaltazione, aria surriscaldata (sì, ma poi ritirarci quando c’è solo una fantesca); farci coriacei, ridere del pericolo, inneggiare alla morte, nigrizia oh morte, morire ma non peccare, al tuo cenno, alla tua voce, un esercito all’altar; quanti belli ideali di battaglia abbiamo recitato o cantato! Questo è il coraggio da caserma, militaresco, strafottente, il coraggio da statua, insensibile e freddo. Non il tuo, oh Signore.

Tu avesti paura: là nel giardino degli ulivi, fosti così tremante e angosciato che a qualcuno desti perfino scandalo; e anch’io, oh Signore, debbo confessarti di essermi un po’ scandalizzato di Te. Farcito dalle ascesi masochistiche che accarezzano il dolore ed esaltano l’imperturbabilità, ti avrei preferito più granitico, più sicuro di te, più gonfio di facile obbedienza, che fossi andato incontro alla tua croce cantando e inneggiando al Padre come un eroe risorgimentale. Ero anch’io un povero Pietro, come lo sono adesso, Pietro da spettacolo; e mi parevi troppo poco eroico.

Oh Signore, ho forse qualcosa che ha insegnato Pietro e che ha insegnato soprattutto la tua vita, la tua persona, la tua morte; e allora ti preghiamo: “Liberaci dal voler essere grandi, dal voler dare spettacolo, dal voler recitare davanti alla platea del mondo e, soprattutto, la platea di noi stessi, per convincerci di essere ricchi, nobili e coraggiosi, di essere ciò che avremmo voluto essere e che, invece, non siamo. Liberaci, oh Signore, da questo voler fare del teatro, che è un rifiutare la nostra povertà, un non saperci amare come siamo. Liberaci dall’opaco coraggio che recita la parte dell’eroe, rifiutando il tremore, la vergogna, vergognandosi di non avere paura. Liberaci anche dalla paura che si arrende davanti alle serve, davanti al fuoco e alla durezza quotidiana. Oh Signore, sta sempre con noi e sii Tu la nostra forza”. E così sia.