Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, questa è l’ultima domenica del tempo pasquale, una domenica che ci offre ancora l’occasione di meditare sul fatto e sul mistero di Gesù Risorto. Stiamo comunque attenti perché la nostra devozione solleva il Cristo risorto ad di sopra di tutti i nostri sentieri quotidiani e lì lo mantiene; per cui ci domandiamo: di fronte al mistero di Cristo Risorto, che senso ha la Sua vita per la vita che cerchiamo di percorrere? Qual è il legame, per così dire, tra le vere ansie umane e questo lontano miracolo di cui da secoli ci raccontiamo la notizia?

Eccoci di fronte al problema fondamentale della nostra fede. Il problema della fede non si risolve seduti al tavolino, pensando profondamente, nel modo con cui si risolvono i problemi della scienza. Il problema della fede si risolve partecipando alla vita di Cristo attraverso la propria esistenza quotidiana.

Carissimi, quando mi si accosta una persona con la richiesta di risolvere un problema religioso, questo mi dà tanto fastidio, perché non ci sono di sé i problemi della fede: c’è il problema della scelta di Gesù Cristo. All’interno di questa scelta il problema diventa serio, l’interrogativo diventa degno di risposta, ma allora non sarà nessun teologo, nessun intellettuale a dare la risposta. È una verità questa cui dobbiamo sempre tornare perché il tempo ci sospinge a recuperarla, se non siamo del tutto complici con la malizia che domina. Abbiamo sempre di più bisogno di una vita diversa, come si suol dire di solito, di una nuova qualità di vita per arrivare finalmente alla nostra scelta per Gesù Cristo.

Personalmente se mi rifaccio al Vangelo, non è per sapere quanti dogmi ci sono, ma per scoprirne le trasparenze profetiche, per una vita diversa di quella che viviamo. Solo che se prendiamo sul serio la proposta di Gesù Cristo, non ci può andar bene in questo mondo; è questo che ci respinge indietro di fronte a una proposta del Signore. Fatta la scelta, ci troviamo in contraddizione con l’impero di satana, il quale - sia detto chiaro - non ha i suoi troni soltanto là dove il potere possiede la manovella delle decisioni collettive: il suo potere è in casa, è nei nostri rapporti interpersonali, in quelle sottili forme di dominazione che li caratterizzano. Se appena scegliamo, per esempio, il modo evangelico di esistere, siamo subito in contraddizione strutturale col mondo in cui viviamo. Eppure (l’abbiamo sperimentato qualche volta), da questa scelta nasce una gioia incomparabile. Non si tratta di un’esperienza psicologica artificiale: è come un controcanto quotidiano, come una modulazione che accompagna i nostri momenti, come il margine di luce che fa da cornice al buio in cui siamo annegati.

È veramente straordinario il fatto. Per esempio, osservando i Vangeli, mentre Matteo ci parla dell’angelo potente che scende e rivolta la pietra, Pietro, invece, ci dice semplicemente che Gesù e gli altri apostoli insieme hanno bevuto e mangiato con Lui dopo la risurrezione. Gesù ci viene presentato in una situazione domestica: essi lo hanno visto con stupore, liberato dalla morte, e sono stati scelti perché raccontassero fino alla fine dei secoli questo immenso e semplice fatto. Nessun reporter ha mai fotografato la risurrezione, nessuno ha mai visto alzarsi la pietra, nessuno ha portato le prove oggettive e scientifiche: questo fatto della risurrezione è, in maniera assoluta e totale, un fatto percepibile solo dalla fede. La nostra fede non parte da una dato empirico per trasfigurarlo in un assioma: parte semplicemente dall’annuncio che viene dato di questo fatto; e questa è la sua estrema fragilità. Il mistero della risurrezione, cioè della totale novità di vita, verso cui tutte le creature vanno (perché le muove lo stesso imperativo che le ha create), si è manifestato semplicemente per scelta di Dio, per elezione di Dio; e non si può conoscere come si può conoscere un misterioso oggetto che la scienza analizza: si conosce nell’amore.

La nostra ragione, nella sua riluttanza, è contagiata da una certa logica del mondo, che stabilisce quello che si deve desiderare e quello che è stupido desiderare, stabilisce quello che è giusto e quello che non è giusto, quello che è ragionevole e quello che ragionevole non è. È il mondo che ci ha svuotato l’anima da desideri stupendi, magnifici; per cui quasi ci vergogniamo ormai di desiderare la vita eterna perché è un desiderio fuori misura. Ma quando verifichiamo l’impossibile dentro il quotidiano, quando capiamo che è possibile volerci bene (mentre secondo altre logiche è impossibile), quando riusciamo a perdonare l’offesa (è impossibile perdonare) quando aiutiamo i poveri a cambiare la società (che è impossibile cambiare), quando insomma prendiamo l’impossibile come misura del nostro vivere, ci apriamo a questa diversa sapienza, agli occhi della quale è possibile la vita eterna.

Ma non è la vita eterna dello Spirito: la continuità tra la vita che ci è promessa e la vita che viviamo è appunto il vero messaggio della Pasqua di risurrezione. Perché se Gesù avesse fatto compagnia ai molti filosofi che hanno affermato che l’anima non si corrompe, ma dopo morte va nel Regno beato, Egli non sarebbe stato crocifisso, né l’annuncio sarebbe stato l’annuncio misterioso che ancora ci sconvolge. La novità dell’annuncio che ancora ci sconvolge è che l’intero universo con la sua materia viene assunto dalla Vita: la vita eterna noi la impariamo stando insieme, mangiando insieme. Tutto questo non è un episodio legato alla nostra carnalità miserevole che dovremmo abbandonare. È invece la sostanza, il tessuto dinamico della creazione in cui prenderà corpo la luce di Dio. È questa la risurrezione.

Come possiamo parlarne adeguatamente? Noi non possiamo che crederla. Ma questa fede, che si accende in noi, è proprio il riflesso di quella Pasqua lontana e noi non parliamo più di Gesù risorto frugando nella nostra memoria episodi che ci hanno raccontato: noi guardiamo a Lui che viene dal futuro, come viene dal futuro la vita che aspettiamo. Egli è la primizia della nuova creazione, che impariamo nell’abbecedario di tutti i giorni. Non dimentichiamocelo: non nelle feste di Pasqua, ma tutti i giorni! Sarebbe quasi opportuno, per pedagogia collettiva, abolire tutte le feste che ci hanno quasi alienato, per imparare a capire che ogni attimo è festivo e che il senso della festa che celebriamo o è in tutti gli attimi della vita oppure è un’illusione. Ma per noi - abbiamo compreso - ogni attimo della vita è Pasqua. E così sia.

Don Enrico Vago