Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, quante volte mi viene alla memoria questa scena di Gesù che è davanti al paralitico e davanti alla possibilità di salvare il paralitico dall’infermità e di perdonare i peccati. Due miracoli davvero straordinari. Noi ci domandiamo qual è il più grande, il più potente: guarire un paralitico è qualcosa di veramente straordinario, ma perdonare i peccati è ancora più grande perché significa rifare il cuore dell’uomo, rigenerare attraverso una creazione nuova il cuore di una persona e, attraverso di lui, il cuore di tutto il mondo. Vi confesso che sovente, andando a trovare un ammalato, mi trovo di fronte a questa prospettiva: com’era facile fare il Figlio di Dio sulla Terra! Gesù di Nazaret trovava un ammalato e, non sempre, ma spesso diceva “Te lo dico Io: alzati e cammina!”; e quell’uomo prendeva la sua barella e se ne andava. E io dico: a me, Signore, non hai dato il potere di guarire gli infermi, però mi accorgo che mi hai dato un altro potere: il potere di perdonare i peccati, per cui, oh Signore, Tu mi dai il potere di compiere il miracolo più grande, che è quello di cambiare radicalmente il cuore dell’uomo e farlo diventare, col perdono, il luogo particolare della presenza dell’amore di Dio in mezzo a noi. E allora dico: va bene, non ho il potere di guarire gli ammalati, ma Tu, oh Signore, sei troppo buono e mi dai sempre la capacità e il potere di perdonare i peccati. Grazie Signore!

Penso che il Signore, perdonando i peccati al paralitico, ci voglia insegnare ad essere buoni e capaci di perdono fra di noi. Oggi vediamo come l’aggressività della gente prorompe ovunque e ha raggiunto dei limiti di guardia nella storia umana; quanti fatti leggiamo sui giornali e sentiamo alla televisione, cose terribili! E allora qui ci viene suggerito un precetto psicologico straordinario: memorare novissima tua et in eternum non peccavit, cioè ricordati della tua fine che è vicina e troverai la capacità di smettere di odiare. Infatti noi abbiamo dimenticato la fine, la morte; c’è una ragione di fondo per questa aggressività epidermica che è dentro di noi: dipende dal fatto che viviamo una vita in cui abbiamo rimosso la morte, la morte che nelle città non si vede più, la morte che non c’è. E chi vede mai ancora i morti? Chi vede mai un funerale? Chi è messo di fronte alla morte come ad un evento che lo riguarda?

C’è una rimozione che è l’aspetto più apparentemente entusiasmante della civiltà moderna la quale, senza il pensiero della morte, diventa ancora più vitale, seria, senza più le angosce medioevali. Abbiamo eliminato i residui osceni della morte e abbiamo dato spazio, però, a tutte le altre oscenità; anche se in questo c’è un principio che non possiamo non condividere, cioè la scelta morale cristiana è per la vita e non è per la morte. Però, questo dovrebbe avvenire in una condizione di riconciliazione personale con i nostri limiti umani. Dobbiamo avere pietà di noi stessi, dobbiamo imparare ad avere pietà, avendola anche per noi. Ecco allora che la mitezza del cuore nasce dal senso del tempo che se ne va e della vita che è breve, anzi brevissima.

Però non possiamo dimenticare che siamo dei soggetti personali e abbiamo tutti una nostra storia che non si appiattisce sulla storia dell’economia e delle produzioni a livelli politici più alti. Penso, per esempio, al fattore dell’amore e della fedeltà. Uno che è tradito nell’amore, a quale sindacato va a bussare? A chi si appella? Nel suo cuore c’è una terribile tentazione all’odio. Vorrei dire, infatti, che anche una certa facilità nel perdonare è simile a una piattezza perché se uno perdona sempre facilmente, e sempre a tutti e a tutto, è perché in fondo, forse, si infischia di tutti; se uno riceve un’offesa in un valore che dovrebbe stargli a cuore, ed è come se piovesse sul marmo, vuol dire che c’è in lui una menomazione. Se ci sono delle cose che mi premono, chi mi offende mi mette in tentazione di odio (parlo di tentazione); chi è tentato di odiare, in fondo, dimostra un grande animo. Ci sono tante occasioni in cui siamo tentati di odiare perché sono colpiti dei valori straordinari: per esempio, quando sentiamo la menzogna pubblica (e quanta ne sentiamo in questi giorni!), quando vediamo con i nostri occhi la dignità del povero e dell’umile che è vilipeso, quando vediamo l’amore sponsale tradito, non possiamo più rifarci ai discorsi di pura dimensione sociale e politica. C’è in noi una dimensione che trascende tutto.

Allora entriamo in un universo dove i criteri, che abbiamo detto prima, non sono sufficienti. Ci penso spesso: chi ha fede nel Dio che ama, che è misericordia (ed è difficile capire a volte che Dio è misericordioso perché i fatti ci sembrano dire il contrario), chi ha scoperto questa misericordia di Dio, chi imita Gesù Cristo che sulla stessa croce ha detto con durezza a Dio “Perchè mi hai abbandonato?”, ma ha detto anche “Padre perdona loro”, cioè chi sente che le ingiustizie della Terra gettano ombre perfino nei cieli e tuttavia crede nella pietà di Dio verso gli uomini, ecco costui ha trovato il punto di appoggio di cui parla il Signore.

Dobbiamo essere convinti e dire a noi stessi: io sono un essere perdonato; io sono il termine di una mitezza ineffabile; c’è su di me una pietà di cui non so dire il nome. Questa esperienza è la base per ogni altra mia esperienza verso gli altri. Infatti lo so che ho un debito immenso: mi è stato perdonato e allora sarò largo nel perdonare; dirò a Dio come mi è stato insegnato “Perdona i miei debiti come io li perdono ai miei debitori”. Questo rapporto, che sperimento nell’ineffabile buon Dio, lo proietto nei miei rapporti con gli uomini e qui trovo veramente la ragione ultima del perdono e dico al Signore “Padre perdonaci perché sovente non sappiamo neppure quello che facciamo”. E così sia.