Carissimi fratelli e sorelle, siamo all’indomani della moltiplicazione dei pani nel deserto e parte della folla, che aveva mangiato questi pani miracolosi, si riversa a Cafarnao, entra nella sinagoga volendo ascoltare ancora la Parola di Gesù, ma sperando, soprattutto, di risolvere il problema del pane quotidiano con un altro miracolo compiuto da Gesù. A questo punto, l’evangelista Giovanni ci distende un ampio discorso di Gesù talora intervallato dagli interventi degli uditori, un discorso guidato da un unico filo conduttore: quello del mistero del Pane, un discorso quasi come una sinfonia che cerca nell’ouverture di accumulare i motivi che poi trionferanno; questo discorso si apre intrecciando vari temi che poi si unificheranno in un’unica armonia, e si sono presentanti attraverso la tecnica letteraria del contrasto. Noi ora cercheremo di segnalare alcune di queste antitesi che rendono più teso, più vero, più chiaro il dialogo di Gesù con la folla.

Il primo contrasto è quello tra cibo che perisce e cibo che dura per la vita eterna, cioè tra materialità e totalità dell’essere umano, tra sazietà fisica e pienezza interiore. Questa opposizione Gesù l’aveva sviluppata, qualche momento prima nel Vangelo, usando il segno dell’acqua, davanti al pozzo della samaritana, quando diceva “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che Io gli darò non avrà mai più sete, anzi l’acqua che Io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. È facile allora intuire il valore di questo contrasto, soprattutto in un orizzonte come il nostro in cui siamo sazi di cose e magari vuoti di spirito, immersi nella materialità e nel benessere e magari nudi e poveri nell’anima. Ecco allora che le Parole che l’angelo dell’Apocalisse indirizza alla chiesa definita tiepida (di Laodicea in Turchia) possono risuonare anche nelle nostre comunità. Dice l’Apocalisse “Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno proprio di nulla; e invece non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero cieco e muto”.

Probabilmente l’antitesi ha anche un altro significato che potrebbe essere illustrato dal secondo contrasto presente nel nostro brano e successivamente ripreso da Gesù, cioè il contrasto dei due pani: da un lato c’è il pane-manna del deserto, un cibo che Israele considerava come segno della paternità premurosa di Dio che aveva impedito di morire per fame i suoi figli nel deserto; d’altro lato Gesù introduce il vero Pane del cielo, ben diverso dal quella cosa minuta e granulosa come la brina sulla terra (così viene descritta la manna nel libro dell’Esodo, questa manna prodotta da una particolare tamerice del Sinai e carica di potere nutritivo). E perché non ci siano dubbi, Cristo esclama “Io, Io sono il Pane della vita”. Il Pane vero è Cristo stesso, la sua Vita, la sua Parola, la sua Eucarestia; e come il cibo si trasforma nella persona stessa che lo prende divenendo sua carne e suo sangue, così la comunione tra il credente e Gesù Cristo è piena, è partecipazione alla sua vita eterna e divina. Con l’Eucarestia noi mettiamo nel nostro cuore l’anticipo della vita eterna, della vita di Dio.

Pensate, nella lettera che sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, scrisse ai cristiani mentre era in navigazione verso la capitale, Roma, per essere esposto alla belve che lo avrebbero divorato nel Colosseo, si legge questa confessione “Io non provo piacere in nutrimento corruttibile; desidero solo il Pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo e per bevanda desidero il suo sangue, che è amore incorruttibile”. Che vero martire si presenta ai nostri occhi, pieno di fede questo Ignazio che va per essere scarnificato dalle belve del Colosseo! C’è un terzo contrasto più sottile, ma altrettanto significativo. Gli interlocutori di Gesù domandano quali siano le opere di Dio e Cristo risponde con un singolare “Questa è l’opera di Dio: credere”. Da un lato abbiamo quindi la molteplicità degli atti, delle osservanze religiose, la cappa pesante delle mille prescrizioni, la visione di una religiosità come obbligo e come leggi; d’altro canto, dalla parte di Gesù, invece, si introduce un’unica opera che però lega, dà senso e trasforma tutto l’agire nelle sue mille sfaccettature: quest’opera è il credere, cioè l’adesione totale dell’essere a Dio. La fede allora è la consacrazione a Dio e all’amore non solo di qualche particella del proprio tempo, del proprio essere, ma di tutto noi stessi “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”. All’impegno che si esaurisce in qualche devozione, in qualche opera di carità, Gesù oppone fede e amore; ecco radice e alimento di tutta un’esistenza.

Vogliamo infine sottolineare un’ultima opposizione, quella che intercorre all’interno di un’unica parola che, però, può avere due volti antitetici: il termine “segno”, usato due volte nel nostro brano. Da un lato c’è il segno chiesto dalla folla “Quale segno Tu fai perché possiamo crederti?”. È il tipico atteggiamento stigmatizzato da Paolo nella prima lettera ai Corinti, dove dice “I Giudei cercano dei segni”, cioè i Giudei cercano i miracoli. Questa è la religione fondata sul prodigio, sul gusto del clamoroso, sulla esaltazione delle prove; strada pericolosa questa e, purtroppo, ritornata in auge ai nostri giorni col moltiplicarsi di presunte apparizioni mariane, con la frenesia devozionale che desidera i segni, che attende visioni e sensazioni forti, che vuole prove impressionanti. È questa l’attitudine della folla che aveva mangiato i pani e si era saziata. Gesù, invece, notate, non ha quasi mai compiuto miracoli, ma segni. Attraverso i suoi gesti d’amore nei confronti dei sofferenti, ha voluto parlare della salvezza e per questo oggi ripete “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato”.

Raccogliamo allora il suo appello: il suo è un appello a cogliere, nelle realtà grandi e piccole che appaiono nella storia dell’universo, la Parola di Dio che ci chiama alla conversione, alla speranza, alla gioia. Perchè Lui ci dice “Beati i vostri occhi perché vedono, beati i vostri orecchi perché sentono”. E così sia.