Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, ci troviamo di fronte a una questione che gli Ebrei ritenevano indispensabile, anche se a noi non può sembrare altrettanto: nella legge di Gesù, nella legge del profeta, nella legge del Dio d’Israele, c’erano tanti precetti, oltre ai 10 delle Tavole della Legge; e i dottori della Legge, i sadducei e gli scribi andavano a gara a trovare questi precetti e numerarli. Ci fu qualcuno che addirittura li enumerò e disse “Nella legge del Dio di Israele ci sono almeno 613 precetti”. Ma anche qui la questione non era risolta perché c’erano i precetti più o meno importanti; e qual è allora il precetto più importante? Si rivolgono a Gesù e Gesù risponde come abbiamo sentito: “Amerai il Signore tuo Dio con tutte le tue forze eccetera, amerai il tuo prossimo come ami te stesso”.

Adesso noi cerchiamo di sciogliere il nodo districato che lega il primo al secondo precetto e questa è la novità del Vangelo di oggi: l’amore di Dio e l’amore per il prossimo, come si legano e come si combinano, si intrecciano tra di loro.

Cominciamo col dire che Dio va amato sopra tutte le cose, non è una novità; che il prossimo vada amato, anche questa non è una novità. La novità evangelica è nel fare delle due cose una sola cosa. Questa è la novità intellettualmente indecifrabile perché l’intelletto è una facoltà che conosce per distinzioni; la prassi, la pratica, invece, risolve nella unità le distinzioni: nella pratica l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono la stessa cosa. Perché? Noi abbiamo diviso il mondo interiore dal mondo esteriore; per esempio, l’amore di cui parla il Vangelo è un fatto che riguarda il mondo interiore e non riguarda il mondo esteriore. Facciamo un esempio: tra il sistema bancario e l’amore non c’è un rapporto, almeno sembra (parlo del sistema bancario che nell’Esodo fa dire al Signore la proibizione di prestito all’interesse; sono economie lontane, lo ammetto; non vogliamo cadere nel semplicismo, però che il sistema bancario sia come la quinta essenza del sistema economico che ci avvolge, che ci condiziona, nessuno ha dubbi, soprattutto in questo tempo di crisi). Mettere un rapporto tra il principio cristiano dell’amore e il sistema bancario allora sembra una balordaggine e certo lo è se le cose si dicono e si affrontano così nella loro formale esteriorità; ma se si va al fondo, non è per niente così. Per mantenere le banche e l’amore, noi abbiamo detto: l’amore appartiene al mondo interiore, le banche invece al mondo esteriore; come dire: l’economia va per conto suo con le sue leggi e l’amore va per conto suo. È questa un’eresia che colpisce nel cuore il Vangelo e la verità umana.

In fin dei conti che cos’è questo mondo interiore? L’interiorità è il luogo sorgivo delle relazioni esteriori, non ha una autosufficienza, non c’è l’interiorità così simpliciter: essa è il luogo d’origine delle relazioni che ci danno identità pubblica. Ma assumere il mondo interiore come un mondo che significa di sé per sé è un errore fatto apposta per mantenere il mondo interiore così com’è. In realtà Dio, conosciuto solo nella sfera della intimità, è un idolo, non è un Dio vero. Certe forme religiose che ritornano in questo clima da anno zero sono alienazioni perchè riscoprono il Dio della interiorità pura, il Dio della estraneità al mondo, il Dio che si incontra nel momento in cui si fugge dal mondo; è un Dio idolo, non è il Dio di Gesù, non è il Dio dell’uomo. Perché questo è il punto, a mio giudizio, che scioglie il nodo dei due amori. Non possiamo realizzare un autentico cammino verso Dio se non passiamo da una relazione primordiale costitutiva, che è il rapporto con l’altro, col tu che abbiamo di fronte. Io, nella mia interiorità, sono o possono essere un’astrazione; divento reale quando mi metto in rapporto con gli altri, con gli altri che sono dinnanzi a me.

E allora parlare di Dio prima di questo incontro, significa in realtà uscire fuori dalla verità perché farò di Dio qualcosa di deforme: sono veramente me stesso, definisco me stesso, creo le condizioni del mio agire morale, nel momento in cui mi pongo dinnanzi all’altro, al tu che mi sta di fronte. Allora, solo allora, sono io ed è in questa relazione costitutiva che si creano le deviazioni primordiali che restano latenti, ma comandano tutto. Se mi rapporto all’altro, per esempio, con esigenza di dominio, posso anche essere religioso, posso pregare Dio, ma quel Dio non sarà che la proiezione della mia presunzione, della mia superbia, della mia sete di dominio.

Amare il prossimo sino al dono di sé significa mettere in atto la condizione per poter parlare di Dio in modo retto, altrimenti il discorso su Dio è scorretto, anzi è idolatrico. Non ce l’hanno mai fatto capire bene. Ho passato la mia infanzia e adolescenza sotto a dei poteri, piccoli o grandi, ecclesiastici o secolari, in cui Dio era in tutti i modi nominato. Questo Dio che occupava il mio cielo era, sembrava essere, un idolo che ha avuto poi dinnanzi al suo altare cinquanta milioni di morti - ecco la guerra - nella quale tu non sei più il mio prossimo, tu sei il nemico da ammazzare (anche il nazismo aveva la dicitura “Dio è con noi”!). Questo Dio moloc ci ha divorato.

Ora nell’anno zero (permettete che usi l’immagine) dobbiamo riprendere il nostro itinerario dal suo inizio ed è l’amore del prossimo dove c’è tutto. Dico che è tutto non per escludere la conoscenza di Dio, ma quando uno ha posto se stesso in giusto rapporto con l’orfano, con la vedova, con lo sfruttato, col senza casa, col senza lavoro, con chi non la pensa come noi stessi, coi paesi del sud, allora costui parlerà di Dio con verità, il suo sarà un Dio vivo e vero; altrimenti sarà un Dio falso.

Allora carissimi fratelli e sorelle, ritorniamo alla pagina evangelica. Gli uomini a cui risponde, cioè i farisei, credevano in Dio però con spirito di dominio. I farisei erano i padroni delle coscienze, uomini ineccepibili, avevano una grande sicurezza interiore, andavano dinnanzi a Dio con un atteggiamento da pari, a tu per tu: “Grazie Signore perché io non sono come quel pubblicano”. Il momento terribile della preghiera del fariseo è nel suo porsi in rapporto con il pubblicano “Io non sono come quello”. È per questo che il suo Dio è un idolo perchè è sbagliata l’ottica di partenza che lo rapporta all’uomo vivo. I farisei erano degli idolatri, praticamente. E Caifa dice di Gesù che ha bestemmiato, era un idolatra; Gesù era un ateo in rapporto a quel Dio che Caifa e farisei preannunciavano. E Gesù fu crocifisso come un bestemmiatore e bestemmiava davvero gli idoli istituzionali perché aveva sposato la causa dell’uomo. Solo se si passa dentro il buio del venerdì santo, del suo annientamento, si conosce il Dio della risurrezione, altrimenti si parlerà di Dio, ma in realtà si parla di idoli.

Ecco allora la nostra attenzione al crocifisso nel buio del venerdì santo da dove ci viene la Parola di Gesù: “Questo è il mio comandamento - dice il Signore - che vi amiate gli uni gli altri come Io vi ho amato”. E così sia.