Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Ripercorriamo le parole cantate prima del santo Vangelo: “Io sono il Buon Pastore - dice il Signore - conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”.

Carissimi fratelli e sorelle, la visione del pastore umano che accoglie, precede e accompagna le sue pecore, ci permette di prendere in mano, per così dire, la verità umile, umana, di Gesù di Nazareth e di comprendere meglio il senso della sua risurrezione gloriosa. Perché la nostra devozione lo solleva, Gesù Risorto, al di sopra dei nostri sentieri quotidiani e lì lo mantiene. Per cui ad un certo punto, guardando Gesù Risorto così in alto e così lontano, ci domandiamo: “Che senso ha la sua vita, di Gesù Risorto, per la vita che cerchiamo tutti i giorni? Qual è il legame, per così dire, tra le varie ansie dell’uomo e questo lontano miracolo di cui da secoli ci raccontiamo la notizia, Cristo Risorto?

È un interrogativo che si fa sempre più acuto, ma se è nostro compito oggi di restituire Gesù alla dimensione dell’uomo, là dove egli si è collocato, allora è necessario spezzare anche molti legami sacri, molte nicchie venerande, perché dal suo sepolcro Egli scenda di nuovo sui sentieri dell’uomo, sui nostri sentieri quotidiani.

Ebbene Pietro, durante il tempo immediatamente seguente la risurrezione di Gesù, ci dà di Gesù una rappresentazione a misura umana, per così dire; ecco le sue parole - Pietro dice: Gesù di Nazareth passò beneficando e risanando tutti coloro che erano sotto il potere di satana. Ecco allora un primo tratto della umanità di Gesù che ha molta importanza per noi. Se ci fermiamo semplicemente, come vorrebbe una spontaneità che non è filtrata dalla sapienza evangelica, sugli aspetti taumaturgici, miracolosi, di Gesù, finiamo con l’utilizzare anche la risurrezione a scopo di alienazione. Ci fissiamo cioè alla luce che è in fondo all’orizzonte di questo straordinario fatto della risurrezione di Cristo, e dimentichiamo i luoghi in cui posiamo il nostro passo, che è poi la malizia di ogni religione non convertita dal realismo del Vangelo. Gesù camminò tra gli uomini facendo del bene e liberando tutti. E questa è già una risurrezione, così come ogni miracolo che Gesù compie non è che l’anticipo dell’ultimo: la risurrezione.

Noi vorremmo misurare la grandiosità di questo ultimo fatto di risurrezione che ci inonda di promesse incredibili, dimenticando il lungo e faticoso itinerario in cui la risurrezione ha circolato come il sangue dentro una vena. Gesù liberò gli altri dal potere di satana. Ma che cos’è nel nostro linguaggio il potere di satana? Nella visione di fede il potere di satana è anche (e perché no) la malattia, la morte e tutto ciò che assomiglia alla morte e che ne è in qualche modo l’effetto e la preparazione: la solitudine, il potere freddo che uccide l’uomo, il primato delle cose materiali sopra la bellezza dell’amore umano. Le cose che, invece di essere segno di comunicazione, diventano strumento di sopraffazione, tutto questo è satana. Ancora: la cultura che imbroglia le coscienze, la spinta dell’istinto che travolge la prospettiva dignitosa della ragione e della coscienza. Non finiremmo mai se dovessimo descrivere questo impero del male! Potremmo chiedere l’aiuto anche ai sociologi per capire in quale forme nuove l’antico impero, trasformatosi, continua la strada del male. Gli effetti però sono sotto i nostri occhi: ancora oggi i poveri soffrono abbandonati, ancora oggi i deboli sono emarginati, ancora oggi la legge serve ai ricchi e a coloro che hanno il potere della vita civile e politica. Niente è cambiato e forse niente cambierà nonostante le nostre ansie rivoluzionarie! Se abbiamo appena appreso una cognizione dell’uomo che non si limiti al fenomeno immediato, possiamo dire che, in sostanza, questo potere di satana, del male, continuerà finché non sarà sbaragliato, ma all’ultimo giorno.

La vita di Gesù però fu una contraddizione continua e costante con questo potere di morte. La risurrezione non è semplicemente il risvegliarsi del corpo di Gesù chiuso nel sepolcro: la risurrezione è questo trapasso costante dalla morte alla vita, questo trapasso che Gesù ha operato sempre nella sua esistenza. Su questo punto il Vangelo, anche a livello umano, anche se letto senza l’illuminazione dello Spirito Santo, è una testimonianza non mai superata, perché le parole e i fatti di Gesù stanno a denotare questa diversità di vita: la vita che zampilla tenue dentro questa palude, che è il mondo, ed è una vena pura. Questa purezza di vita che il Vangelo ci propone continuamente, cioè la gioia, l’amore, la fraternità, la letizia, il vino a tavola, il giorno delle nozze, il pane all’affamato, la madre che riabbraccia il figlio che si alza dal feretro, il convito con i discepoli, questa purezza di vita che il Vangelo ci propone nella risurrezione di Cristo non è primitiva, idillica, impossibile: è carica di un senso, di un impegno che è, ad esempio, quello che rievochiamo anche qui, pur nella mortificazione del rito, ogni qualvolta ci incontriamo con Gesù Risorto nel banchetto della santa Eucarestia. Questa purezza di vita, che ci proviene dalla risurrezione di Cristo, ogni giorno è profondamente conforme alle attese dell’uomo.

E allora diciamo “Beati i poveri che capiscono” perché la povertà del cuore sgombra la prospettiva delle grandi muraglie del potere e della cultura del denaro, che ci impediscono di restituire alle nostre esigenze gli sbocchi autentici alla vita nuova. La morte di Gesù, in questo primo discorso di Pietro, viene vista come conseguenza del fatto che Gesù passò facendo del bene e liberando gli altri. Gesù fu messo in croce per questo - quante volte lo abbiamo ripetuto! E dobbiamo dircelo oggi per cogliere il messaggio pasquale nella interezza del suo senso e non solo nella porzione che ci soddisfa sentimentalmente. Capire Gesù Cristo non è effetto di alta intelligenza o di particolare sensibilità: capire Gesù Cristo risorto è l’effetto di un’esperienza di vita, l’esperienza che ci fa dire: “Signore vieni in mio aiuto; hai mutato il mio lamento in danza; Signore mio Dio, ti renderò grazie per sempre”. E così sia.

don Enrico vago