Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, Erode sente parlare di questo personaggio strano che cammina per le vie della Giudea, compie delle cose che qualcuno chiama addirittura miracoli, trascina dietro di sé una folla di persone che volevano ascoltare la sua Parola. Sentendo tutto questo e ascoltando la voce di qualcuno “Quegli è Giovanni risuscitato dai morti; no, quello è Elia; quello è un profeta”, Erode, turbato nel suo cuore, cercava di vederlo; cercava di vedere Gesù.

E noi ci domandiamo: qual è il cammino della nostra fede se non andare alla ricerca di Gesù? Non è il cammino che da tanti anni (80 anni, o più o meno) andiamo a cercare di perfezionare? L’incontro e la visione di Gesù.

Ma il guaio è che Erode cercava di vedere Gesù spinto solo dalla curiosità di rispondere alla domande che nascevano nel suo cuore; noi invece andiamo alla ricerca di Gesù in nome della fede, per l’esperienza della nostra fede. Ma stiamo attenti perché l’esperienza della nostra fede ci può giocare degli scherzi non indifferenti. Infatti nel momento in cui la cultura della tradizione è attraversata da processi di lacerazione e di dissolvimento, anche la fede cristiana, basata su così fragili basi, scompare. Potremmo dire con verità, semplificando fino al paradosso, che scompare quello che non c’era perché la fede cristiana, se stiamo alla Parola di Dio, è altra cosa della certezza dell’esistenza di Dio (perfino da una certezza di tipo intellettuale), della divinità di Gesù Cristo e della missione divina della Chiesa. Queste certezze, trasmesse per catechismo (e così le abbiamo imparate bene), ma del tutto estranee alla profonda esperienza interiore di ciascuno di noi, durano finché dura il contesto personale e collettivo che le sostiene. Finito il contesto scompaiono. La fede, così ci è stato rivelato in maniera costante da sempre, è altra cosa: perché la fede è un convincimento che nasce dall’aver visto la Gloria di Dio. Certo noi sappiamo che il verbo vedere è troppo forte perché Dio nessuno lo può vedere: Egli è il Santo; cioè, in parole più accessibili, è un Dio inafferrabile, un Dio che ci sovrasta, un Dio la cui luce rassomiglia ad una profondissima tenebra. Là dove i nostri concetti non possono arrivare ad addentrarsi nel suo mistero, sfiorano appena (per usare il simbolismo di Isaia) il lembo del suo mantello e non entrano nel suo segreto.

È una verità insegnata dalla più autentica tradizione cristiana che Iddio si crede non per nostra iniziativa, ma per sua iniziativa. Si dice, con un linguaggio un po’ consunto, che la fede è una grazia di Dio: infatti è Dio che prende sempre l’iniziativa; prende l’iniziativa attraverso suo Figlio Gesù Cristo fatto Uomo per noi. Ma il Dio di Gesù Cristo è diverso dal Dio dei filosofi, che è una presenza lontana a cui si sale lungo le scale della dialettica, che è immobile motore che tutto muove, immobile cifra che spiega tutti gli altri enigmi dell’universo.

Il Dio di Gesù Cristo è potenza, è dinamica, è azione creativa, è iniziativa incontrollabile, inafferrabile, inesplicabile. Non si crede in Dio perché siamo andati a Lui; si crede in Dio perché Dio, attraverso Gesù Cristo, è venuto e viene, sta con noi, si è fatto sentire, si fa sentire, e in qualunque modo oggi si manifesta. E quando parlo di questa manifestazione di Dio, alludo anche ad esperienze che possono diventare sconvolgenti, come quella di Paolo sulla strada di Damasco, ma sono esperienze che normalmente non disturbano il tessuto della nostra psicologia. Se affermiamo che il Dio Santo è il senso della nostra esistenza, non lo diciamo per altro se non per un’esperienza interiore nostra: Dio è una presenza che si fa sentire e si fa sentire nella profondità. Tutto il resto, tutto il resto è accessorio.

Il simbolismo con cui si esprime questa presenza non è più quello del Vecchio Testamento; i concetti di cui ci serviamo non sono più quelli della metafisica medioevale che sono stati poi sminuzzati nei catechismi della nostra infanzia: il vero modo di esprimere la santità di Dio è nel ritorno a un certo precetto del mondo ebraico dove si dice “Non si parla di Dio”. Dio, o è una Presenza o è una chiacchiera; o è una Presenza che si trasmette oppure è meglio tacerne: non dovremmo nominare il nome di Dio invano! Dovremmo fare piazza pulita di una tradizione in cui il nome di Dio è servito anche ai tiranni e ai mercenari, mercanti del Tempio. Dobbiamo pulire la nostra anima, pulirci di Dio, perché Egli sia un’esperienza e non sia niente altro.

Ecco allora, carissimi fratelli e sorelle, che il primo tratto di una fede che voglia essere se stessa è dunque la docilità alla presenza di Dio in mezzo a noi nella presenza di nostro Signore Gesù Cristo. Iddio che si fa sentire all’uomo, che lo tocca con un tizzone ardente, che sconvolge l’ordinamento di natura, che lo estrae dall’esistenza finita e mortale come si estrae un aborto, un figlio che non vuol nascere; è la sua forza che ci chiama ad un’esistenza alla quale le nostre energie intrinseche non saranno mai adeguate.

Un altro tratto della fede, però, carissimi, è la presa di coscienza della nostra condizione di peccatori. Anche qui, come è giusto quanto ci ha detto una certa antropologia critica, il discorso cristiano sul peccato è alienante, a volte, è deteriore; anzi, la religione intanto vive - si dice - in quanto riesce a darci il senso della colpa per poi possedere la nostra anima avvilita. Anche questo, però, appartiene all’esperienza deteriore che non ha a che fare col senso vero del peccato che scaturisce nell’atto stesso dell’esperienza di fede. Infatti, carissimi, nella esperienza di fede, noi non ci giudichiamo secondo i codici morali, che pure hanno la loro importanza; di fronte a quei codici, a volte ci riesce difficile dire, come capita a qualcuno che si confessa, in che cosa siamo peccatori. In questa impotenza a decifrare secondo il codice vigente il nostro peccato, noi pian piano cresciamo nella sicurezza farisaica di essere in fin dei conti persone perbene (e non c’è niente di peggio!). Nasce allora una specie di identificazione tra l’essere cristiano e l’essere persona perbene. Nasce anche un senso di distacco dagli altri “Grazie, Padre, perché non sono come quegli altri”. E gli altri sono, secondo i tempi, gli atei, i miscredenti, i nemici della Chiesa, i peccatori, eccetera. Come ho detto prima allora, riguardo al rapporto razionale con Dio, l’esperienza di fede brucia tutti i nostri moralismi e li rende irrilevanti.

Mettiamoci allora nell’esperienza di fede come peccatori davanti a Gesù Cristo, il quale ci fa sentire ancora una volta la sua voce e dice “Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno viene al Padre, nessuno vede il Padre, se non per mezzo di me”. E così sia.