Così termina la lettura del brano del Vangelo di oggi, ma se proseguiamo la lettura, troviamo quest’altra frase “E chi vuole essere mio discepolo, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Prendere la propria croce. Perché parlare della croce di Cristo è un mistero, ma è una croce che non ci pesa sulle spalle, perché quella croce l’ha portata Lui non l’abbiamo portata noi; parlare invece della nostra croce è molto più difficile perché ci pesa sulle spalle tutti i giorni e nessuno può esserne esonerato; dobbiamo portarla noi. Queste frasi sono entrate nel nostro cuore fin da quando eravamo piccoli: fin da quando eravamo piccoli sapevamo che prendere la croce di Gesù voleva dire accettare le mortificazioni, addirittura programmare le mortificazioni, con l’invito a fare molti fioretti. Era un programma di vita inferiore, però che non aveva alcuno sguardo su ciò che avviene nel mondo. Adesso invece che siamo cresciuti nell’età (e probabilmente poco nella fede), abbiamo capito che convertirsi al Vangelo non vuol dire soltanto diventare più intimi, più dediti alla preghiera, ma vuol dire assumersi con più coraggio il destino di tutta l’umanità, con il rischio che anche contro di noi gli anziani, i presbiteri, gli scribi, organizzino persecuzioni. Questa è la testimonianza con cui vogliamo cominciare la nostra riflessione, che deve sempre tendere ad “unire la croce su di sé”.

Che al problema del disarmo unilaterale ci sia un rapporto necessario può essere questione molto discutibile, ma non è discutibile il fatto che dinnanzi all’appello del Vangelo dobbiamo interrogarci proprio su queste cose, assumendoci poi, secondo scelta libera dovuta al discernimento interiore che non è sempre uguale negli uni e negli altri, il rischio pubblico della nostra scelta. Ecco allora la conversione che attendiamo da noi stessi e su cui le parole del Vangelo (per esempio “Chi vuol salvare la propria vita la perderà”) acquistano un senso inusitato.

Facciamo un altro esempio: che cosa vogliono l’occidente e l’oriente che si armano continuamente, sempre di più? Vogliono salvarsi. E purtroppo la perderanno la vita. In questi giorni ho sentito parlare di tanti tagli, da ogni parte della nostra vita economica e sociale, ma non ho sentito quasi nessuno reclamare e chiedere di fare qualche taglio, per esempio, alle spese per gli armamenti. L’oriente e l’occidente si armano, vogliono salvarsi, purtroppo perderanno la vita. È una parola profetica, ma di una profezia così trasparente che ormai gli scienziati non fanno che tradurla nei loro registri; e noi che cosa facciamo? Ogni domenica facciamo le nostre prediche, le nostre dilettazioni domenicali, esortazioni a scegliere bene, che significa per esempio votare bene, significa assumersi queste responsabilità. Ecco il punto chiave del nostro discorso.

Queste riflessioni hanno per oggetto parole dette tanti secoli fa, a cui riconosciamo una specie di inesauribile contenuto profetico e che, proprio per questo, attraversano i secoli come i raggi di luce attraversano i cristalli. Come vedremo subito, essi trovano un senso autentico solo se partiamo dalla correttezza della comprensione storica del Vangelo, perché la lettura del Vangelo è sempre un’interpretazione: non c’è una lettura esatta in assoluto del Vangelo; sempre si parte da una situazione storica, anzi dalla comprensione che noi ne abbiamo. Il circolo di comprensione parte dalla situazione e se c’è un errore nel comprendere la situazione in cui siamo, la lettura è sbagliata. Occorre che ci caliamo dentro, in senso oggettivo, nella Parola di Dio a partire dalla nostra situazione e allora il suo senso oggettivo si fa più trasparente. Pensiamo, per esempio, alla parola misteriosa contenuta nel libro di Zaccaria, profeta, che fa un inserimento “cristiano” incontestabile riferito a Gesù: vi si parla del momento di grazia (a cui accenna anche Isaia “Dio torna a gratificare i suoi eletti”) in cui gli abitanti di Gerusalemme saranno consolati in Dio: “Riverserò su di loro uno Spirito di grazia e di consolazione; essi guarderanno a Colui che hanno trafitto”. Strano inserimento, all’interno di un patto di gioia, di questo sguardo a Colui (mentre gli uomini si rallegrano) hanno trafitto. La pienezza allora, abbiamo capito, passa attraverso la memoria di un crimine; c’è un legame stretto tra l’adempimento della promessa e il sacrificio di chi ha creduto in questa promessa fino a dare la propria vita.

Facciamo un altro esempio sul piano storico, potrei fare un’analogia: ci siamo abituati ormai a qualcosa che, se pensiamo bene, porta in sé una profonda immoralità. Noi celebriamo, per esempio, come eroi quelli che hanno anticipato, un secolo fa circa e più, l’Italia di oggi: uomini che un secolo fa si mettevano in prigione e si condannavano a morte. La stessa classe sociale che oggi se ne fa blasone, ieri li condannava; abbiamo insomma un panteon di eroi, che erano tutti criminali un tempo; la memoria successiva li recupera. Ma noi diciamo: è onesto questo? è leale? Non è un modo di legittimare il presente senza metterlo a confronto, per esempio, con un futuro per il quale occorrono uomini di quel genere, carichi cioè di futuro, capaci di sperare in un tempo di disperazioni, capaci di progettare in un tempo in cui tutto sembra già chiuso, in cui c’è il riflusso, in cui niente cambia? Secondo la filosofia famosa del Gattopardo che dice “Tutto deve cambiare, però a condizione che tutto resti compre prima”.

Guardiamo il momento centrale del Vangelo: Pietro fa la sua professione di fede e chiama Gesù Messia (Cristo vuol dire Messia). Gli esegeti di oggi, fondamentalmente, riconoscono che Gesù non si è mai chiamato Messia perché questa parola, nel contesto in cui veniva usata, era molto ambigua: per molti il Messia era il vincitore, era il grande condottiero, di cui era simbolo Davide che sbaragliava tutti i nemici. Era pericoloso quindi presentarsi come Messia, accettando questo schema di comprensione già presente nella cultura al tempo di Gesù. Gesù invece si attribuisce un altro titolo: Egli si dice “Figlio dell’Uomo”. Predilige un titolo non onorifico che implica anzi la partecipazione del suo destino al destino di ogni figlio dell’uomo, anche a ciascuno di noi. Anche nei Vangeli si trova la sovrapposizione di una cultura particolare sul mistero oggettivo di Gesù Cristo e tuttavia questo mistero ogni tanto traspare e si fa strada; è possibile percepirlo. Ecco qui uno dei luoghi in cui si percepisce il mistero di Gesù. Gesù qualifica se stesso (senza disconoscere la professione di fede di Pietro) come il Figlio dell’Uomo, che dovrà essere crocifisso dagli anziani, dai suoi sacerdoti, dagli scribi, e poi risorgere il terzo giorno. Il suo destino è quello di essere condannato e ucciso dal potere nelle sue due fondamentali espressioni: religiosa e politica.

È chiaro allora che, quando subito dopo dice “Chi non prende la mia croce, eccetera”, Egli ci chiede di inserirci dentro il groviglio delle umane passioni che diventano struttura, diventano cultura, legge, con una scelta che miri, lo ripetiamo ancora, ad una comunità dove non c’è più diversità tra maschio e femmina, tra bianco e nero, tra russi e americani, eccetera. La nostra mappa di riferimento è immensa: quante divisioni nuove sono nate in questi ultimi tempi? Andavamo gloriosi di aver portato a temine la cosiddetta rivoluzione egualitaria della borghesia e ci troviamo davanti spaventose differenze. Allora carissimi fratelli e sorelle, per concludere, prendere la propria croce è una categoria cristiana che precede e sostiene una categoria morale laica che è di tutti gli uomini di buona volontà. Ce ne fossero di questi uomini! Uomini che vogliono un mondo senza armi, senza violenza, senza discriminazioni, ove noi camminiamo insieme per costruire una comunità di autentici fratelli. E così sia.