Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Mi sono sempre meravigliato, leggendo questa pagina, del martirio di un migliaio di padri, madri, bambini, famiglie quindi, che si sono lasciati uccidere per obbedire alla legge ebraica, la quale prescriveva che il sabato è sacro e quindi nel giorno di sabato, per esempio, non si poteva impugnare le spade e le armi, neppure per difendersi. Erano convinti, e sono morti per questo, che era la legge che salvava e fuori dalla legge non c’è salvezza (extra legem nulla salus).

Carissimi fratelli e sorelle, leggendo questa frase mi viene alla mente un’altra frase, arrotolata nei discorsi teologici da secoli e secoli fino ai nostri giorni, per lo meno fino al Concilio Vaticano II, quando si diceva e si dice tuttora: extra ecclesiam nulla salus. Ricordo, quando si parlava della salvezza degli uomini (si pensava ovviamente in maniera immediata ed anche esclusiva alla loro salvezza in rapporto alla eternità) che questa salvezza, così si diceva in un’ottica rigidamente ecclesiocentrica (che ha la chiesa come centro) non si poteva dare fuori dalla chiesa (extra ecclesiam nulla salus). Fuori dalla chiesa non c’è salvezza e allora uno si domanda: e se uno nasce nel cuore dell’Africa, se nasce in Sudafrica, se nasce in India, se nasce chissà dove, dove la chiesa di Cristo non viene nominata perché non conosciuta, allora queste persone hanno già il timbro dell’inferno sulla fronte?

C’erano però dei teologi (tra i più generosi dei teologi) che partivano da questa affermazione, con tentativi piuttosto complicati e artificiosi, che trovavano degli espedienti per garantire una salvezza a quelli che si trovano fuori dalla Chiesa. Questa ottica, ribadita da una lunga tradizione e da solenni dichiarazioni, in qualche modo sigillava in maniera sacra una schiavitù spirituale perché impediva di assumere come unico punto di vista, diversamente conforme quindi al senso della rivelazione cristiana, un punto di vista con la Chiesa, ma impediva di guardare, invece, l’opera di Dio nel mondo. Il punto di vista da cui guardare è l’opera di Dio sul mondo, di un Dio che non fa discriminazione di persone, di un Dio nella cui volontà amorosa si muovono come pulviscolo nel sole tutte le creature senza distinzioni. Se adottiamo questo punto di vista, allora all’improvviso ci accorgiamo che le barriere che avevamo creato, gli steccati sacri che erano un po’ il sostegno del nostro orgoglio particolaristico, vengono considerate un residuo di peccato.

Allora, carissimi, insieme proviamoci a ripercorrere per un momento questa prospettiva per vedere le risultanze per la nostra vita intellettuale, morale e religiosa. Intanto bisogna insistere, seguendo la lettera agli Ebrei, sul sacerdozio di Gesù Cristo. Il linguaggio che usa la lettera agli Ebrei è naturalmente un linguaggio forgiato sulle incudini rabbiniche, ma il senso è molto chiaro. Quando ci si domandava, e forse ci si domanda ancora, se le religioni non cristiane salvano (sono anch’esse allora vie di salvezza), si partiva da un’ottica ecclesiocentrica, con al centro la Chiesa, ma che non è il punto di vista di Dio, e si esaltava un sacerdozio che chiamerei “il sacerdozio di Aronne”, cioè il sacerdozio di una tribù, la tribù degli Ebrei, che ha avuto il suo senso in un’economia della salvezza, ma che in questo brano è considerata superata. Infatti ecco che appare quel sacerdote molto strano, che si chiama Melchisedek (homo sine patre, sine matre, sine genealogia), il sacerdote cosmico che non rappresentava nessun popolo e quindi poteva essere detto ebreo, induista, buddista, perché al di là delle diverse strategie di salvezza in cui si colloca il cammino dell’umanità vista nel suo insieme. Allora dire che Gesù, come dice la lettere agli Ebrei, è sacerdote secondo Melchisedek, vuol dire declassare, ricollocare nel provvisorio storico, tutte le forme in cui si esprime l’ansia profonda dell’uomo che cammina verso Dio, questo Dio in mille modi invocato, in mille modi rappresentato. Gesù, questo Figlio dell’Uomo, non è venuto quindi a corroborare una certa religione o a fondarne una per metterla accanto e contro le altre, perché la sua è vera e le altre sono false: questa è l’ottica di Aronne. Noi, purtroppo, siamo ancora dentro quest’ottica, siamo i figli delle guerre di religione.

La salvezza di cui questo brano degli Ebrei parla, è la stessa che Gesù nella sua vita di Uomo ha manifestato nel suo comportamento, fustigando in mille modi le presunzioni giudaiche di essere in possesso delle uniche promesse di Dio. Gesù è stato crocifisso proprio per questo. Quando è stato cancellato dalla tribù giudaica, Egli è diventato il centro di attrazione “Quando sarò crocifisso attirerò tutti a me”: è quello il momento della universalità della salvezza che abolisce i particolarismi, che colloca Gesù Cristo nel cuore del cuore del mondo. Ecco allora Cristo Gesù, la nostra salvezza.

Ecco allora, carissimi, come una parola può diventare l’insegna di emarginazione e di conquista: quando diciamo “Andiamo a salvare il mondo”, questa stessa parola diventa in realtà una parola che ci contesta. Mi torna alla memoria una frase letta da ragazzo “Chi salverà i salvatori?”. Allora mi accorgo che la prima esigenza, che nasce in me dinnanzi alla Parola di Dio, è chiedere “Signore, salvami Tu!”. E il Signore salva non attraverso visioni notturne o bagliori di fuoco come sulla via di Damasco, ma attraverso la voce che mi viene dagli uomini, perché il nostro Dio salva attraverso la mediazione dei segni.

Anche i segni, carissimi fratelli e sorelle, segni che io celebro, si inquadrano in questo discorso perché sono indicazioni simboliche di tutto quello che vi ho detto. Il pane. Il pane, che io vi darò nell’Eucarestia, è il pane che dobbiamo dare a tutti. Il segno della pace che ci daremo è il segno di pace che deve diventare pace in Sudafrica, pace in Medioriente, pace in ogni angolo della Terra; deve diventare pace e non una pace sacra, ma pace senza aggettivi. Allora le dinamiche della salvezza mi tornano addosso in tutta la loro molteplice varietà e io vivo la coniugazione effettiva tra le parole che pronuncio nel momento rituale dell’Eucarestia e le parole che vivo, che devo vivere, nel momento feriale della esistenza. La festa, a volte, sembra abusiva e ha senso soltanto perché è un’anticipazione della festa che è il destino della storia umana intera: nella festa c’è il futuro, ma nella ferialità, nella feria, c’è il presente.

Carissimi fratelli e sorelle, devo saper entrare in questa coltre feriale delle contraddizioni umane per avere il dritto della pausa festiva, in questa pausa festiva di gioia quando potremo rivolgerci al Signore e dirgli “Signore, Tu sei il nostro Salvatore; Signore salvaci!”. E così sia.