Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento

Carissimi fratelli e sorelle, una voce mi dice che adesso non devo fare l’omelia; la mia omelia non serve perché è già fatta: l’omelia di questa eucarestia già si sente, già si vede, già si percepisce nell’esperienza. Carissimi, gli sposi del 50° e del 55° sono la notizia bella di Dio, il vangelo bello di Dio, che scoppia oggi nella nostra chiesa e nella nostra comunità cristiana e ci dicono la loro fede, la loro fedeltà coniugale che dura da tantissimo tempo, la testimonianza della loro vita; non perché siano santi (nessuno di noi è santo), però attraverso la debolezza della loro persona umana, vivono l’amore coniugale nel modo bello, stupendo, che dura da tanti anni e durerà ancora. Questa è l’omelia che mi esonera dal dire le mie parole se non queste: grazie sposi, grazie del vostro esempio; l’augurio è che possiate continuare sempre così.

(Adesso viene la mia omelia, se avete la pazienza di ascoltare). Festa del Corpus Domini. Oggi un’oasi ci si apre davanti, un giorno di festa dedicato ad una particola di pane, minuscola e senza sapore, ora esposta in un ostensorio rutilante d’oro e di luce, ora frantumata dalle mani tremanti di un sacerdote sopra la pietra nuda degli altari, ora distribuita con amore e paura insieme alla gente che si addensa all’altare affamata da una misteriosa fame. Ancor più che per altri misteri, è qui difficile prendere la parola a cuor leggero; preferirei mettermi in ginocchio e adorare. Deve essere successo così anche a Tommaso d’Aquino, il teologo rigoroso, lo scienziato senza aggettivi essenziali. Eppure anche lui, davanti a questa scoperta inaudita, si prostra e, più che comporre trattati, comincia a cantare come poeta: è infatti la poesia la formula che sopravanza la pagina logica, il solo mezzo di espressione per dire l’indicibile, il linguaggio cioè più necessario e più vero dello spirito.

Perché di fronte al mistero in genere, e all’Eucarestia in specie, non tutto è contenibile entro la spazio triangolare del sillogismo: il mistero gronda luce da ogni lato. Sono di san Tommaso gli inni e le laudi migliori che siano mai stati composti intorno alla festa del Corpus Domini; e lui a cantare le conseguenze spirituali di questa presenza inconsumabile più che la linfa di vita celata nei chicchi di grano, nei semi delle piante, nel sangue dell’uomo. Perchè l’Eucarestia è la linfa vitale della Chiesa e della umanità nuova, il Signore che si è fatto sostanza del mondo; tanto che lo scrittore delle imitazioni di Cristo - Tommaso da Kempis - dice che se in un solo punto del globo si celebrasse una messa e sopra un solo altare venisse compiuto il Sacrificio, tutto il globo graviterebbe verso quel punto e tutta l’umanità si addenserebbe attorno a quella pietra. È l’Eucarestia il sacramento della unità e della pace, la vita divina che fermenta dentro gli elementi e placa i sensi ai fedeli, i quali di un solo pane vengono saziati e finalmente sono concordi in un’unica pietà.

Carissimi, né Chiesa né la liturgia né la salvezza sono pensabili senza l’Eucarestia.. E non avrebbe senso neppure l’incarnazione di Gesù e la sua redenzione se non ci fosse questo sacramento che fa di Cristo il viatico del nostro pellegrinaggio, il punto di congiunzione con Dio. Perché l’Eucarestia non è altro che la continuità, il completamento dell’Incarnazione, per mezzo della quale il Verbo di Dio diventò Uomo ed entrò nella nostra finitezza, mentre noi dal tempo e dallo spazio entriamo nella sua eternità. Sembravano assurdi gli Israeliti quando viaggiavano verso la Terra Promessa portando in testa alle tribù l’arca dell’alleanza ove si conteneva appena una verga e due tavole delle Legge. Eppure una sequenza ininterrotta di prodigi accompagnava il loro cammino.

Ma cosa dovremmo sembrare noi, adoratori di una particola dove è racchiuso lo stesso Iddio? Qui, in una mollica di pane azzimo, in una goccia di vino puro, è nascosto lo stesso Dio che si fa cibo e bevanda a noi che siamo affamati e assetati. E allora ecco, miracoli di santità e prodigi maestosi si inverano continuamente nella Chiesa: ecco il prodigio di una fraternità nuova, la grazia di una vita divina, nascosta nelle vene perfino di uno schiavo, di un carcerato, di un povero, come nel sangue di un principe, di un papa, di un re.

E allora si capisce perché questo è l’inizio e la fine della Chiesa e perché tutto avviene attorno a questo corpo. La vita della Chiesa non è che una danza, come di sposa alla presenza dello sposo; e non è soltanto la vita della Chiesa che gli si snoda davanti, ma sono i mondi stessi che rotano attorno a questo ostensorio, come bene li descrivono i cicli di questa nostra liturgia cosmica. Non soltanto gli uomini si sentono comporre in unità per mezzo dell’Eucarestia, ma perfino gli elementi della Terra vengono transustanziati nel Suo corpo e nel Suo sangue, in un certo senso. Per la permanenza dell’Eucarestia è proprio il nostro pianeta che continua ad essere il paese di Dio.

È chiaro, queste verità non potevano non essere cantate: “diede agli infermi il nutrimento del corpo e a tutti gli inquieti bevanda di sangue”. Così quanto formava lo scandalo dei farisei, inorriditi al sapore del sangue, ora è divenuto invece il segreto della nostra religione, il mistero della nostra chiesa, il segno sicuro della comunione dei santi, il mezzo di vittoria sulla nostra solitudine e sulle nostre paure. È giusto che nella liturgia, subito dopo la Pentecoste, all’inizio della vita ecclesiale e del mondo si aprano questi orizzonti, si snodino ben altre processioni, dove il Corpo del Signore è portato per le strade e le piazze, nel tumulto della città come nel silenzio rapito del più piccolo paese della Terra, come nel più alto deserto degli eremi.

È ancora di san Tommaso la sintesi del prodigio che dice così: gli immensi benefici della divina generosità offerti al popolo cristiano gli conferiscono una dignità incomparabile. Non esiste e non esistette mai una nazione così grande che avesse gli dèi tanto vicini, come a noi è presente il nostro Iddio. Perché l’Unigenito, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assume la nostra natura, così da rendere, Lui che si è fatto Uomo, gli uomini dèi.

Possiamo a questo punto chiudere il nostro pensiero con una preghiera semplice che nasce dal cuore: “Oh, Gesù, Pasqua nostra, con noi vivi; Gesù fatto pellegrino, senza patria, in cammino, fa’ di noi la tua città. Tu sei il viatico del cielo, la sostanza che non muore, il ristoro e la sorgente sulla strada verso il Regno”. Lui è il Verbo, il Pane vero; ogni cosa in Lui consiste; la Parola sua consacri ogni pena e ogni gioia nel segreto di ogni cuore. E così sia.

Don Enrico Vago