Sia lodato Gesù Cristo, e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, in questa celebrazione liturgica coincidono due realtà: la prima la solennità del Corpus Domini nell’Eucarestia e la seconda nella quale don Pasquale e io che vi parlo ricordiamo e celebriamo il 60° anniversario della nostra ordinazione sacerdotale, avvenuta il 7 giugno 1952, dalle mani dell’allora Cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster. A me tocca l’impegno del pensiero di oggi - sono certo di interpretare anche ciò che passa nel cuore e nella mente del carissimo confratello don Pasquale.

Carissimi fratelli e sorelle, se ci si chiede il perché e il come essere preti, che cosa cerca il popolo di Dio in quelli che nel suo seno sono stati uniti più pienamente al sacerdozio di Cristo? La risposta viene dalla Cena del Signore con i suoi apostoli in occasione della sua ultima Pasqua e poi dell’agonia del Getsemani, a cui segue l’arresto e la morte in croce, per arrivare alla risurrezione.

La figura del prete nasce dal banchetto pasquale e dalla veglia nell’orto degli ulivi e viene illuminata dalle lampade accese per rendere gioiosa la tavola dove ci si siede tra amici per festeggiare un avvenimento di liberazione - la Pasqua - e dalla luce della luna che, filtrando tra i rami nodosi degli ulivi, staglia i contorni dell’uomo che soffre un’angoscia mortale fino a sudare sangue. Un prete comunque e dovunque realizzi il suo particolare compito, sarà sempre il testimone della notte del giovedì santo, la storia di un’amicizia condotta a un banchetto e che trascolora nel tradimento di uno e nella fuga di tutti, il ricordo di una festa celebrata ringraziando Dio e che poi svanisce nella realtà di trenta denari che comprano il sangue di un Uomo.

Un prete sarà sempre l’annuncio della complessità contraddittoria dell’animo umano chiamato ai più alti valori e continuamente attratto e sconfitto dai più bassi meschini interessi passeggeri. Il prete porterà sempre dentro di sé l’agonia di Cristo: nato nella sera del tradimento, invitato a vegliare e pregare con Lui, mentre gli altri dormono o preparano il colpo per arrestarlo e farla finita, testimone delle gocce di sangue che cadevano per terra nella sua angoscia sconfinata. Il prete non può non restare segnato da questo momento di passione.

Poco importa se il prete faccia o no un lavoro comune con tutti gli altri, che si vesta uguale o diverso, che abiti nelle case di tutti o nelle canoniche. Poco importa che sia molto colto e abbia una formazione umanistica: importa che il prete si lasci prendere tutto dal mistero del giovedì santo, nella vita di ogni giorno, nel suo cammino con tutti gli uomini senza distinzione né riserve e sappia incarnare l’agonia di Cristo, la sua sofferenza, la sua disponibilità senza eccezioni, l’angoscia bevuta fino all’ultima goccia e la certezza di fare la volontà del Padre, che è soltanto e sempre amore e amore infinito. Il prete quindi dovrebbe essere questo scandalo: lo scandalo dell’uomo che volutamente resta solo per condividere tutto se stesso con tutti e non soltanto con una persona; lo scandalo di chi vuole dire, come con Cristo “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo” e così offrire la propria vita perché sia sempre di tutti.

Forse il mondo di oggi, con una nuova lotta contro il prete, con le sue denunce e il suo accanimento a desacralizzare, sta facendo anche un’azione provvidenziale: sta richiamando il popolo di Dio a sostare nell’orto degli ulivi e sta chiedendo al prete della città secolarizzata di essere testimone umile, ma leale, di quella nuova vita, vita che è nata dal sudore di sangue di un’angoscia piena di amore, di una vita sbocciata in quell’alba, dopo il sabato, con la luce stupenda della risurrezione. E così sia.

Don Enrico Vago